martedì 24 ottobre 2017
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Acli Benevento

Le Acli Provinciali di Benevento e il Coordinamento Provinciale di Libera Benevento, in collaborazione con i Giovani delle Acli ed i volontari del Servizio Civile Nazionale, organizzano
“A Raffaele Delcogliano, Aldo Iermano e Alberto Vallefuoco dedichiamo il nostro impegno”.
Vi aspettiamo Mercoledì 25 Ottobre 2017, alle ore 18:30, presso la sede delle Acli Provinciali di Benevento, via F. Flora, 31.

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Nell’ultima Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate, la 129/e/17, si evince che il coniuge superstite che a seguito del decesso dell’altro coniuge provveda alla voltura del mutuo ipotecario contratto ai fini della costruzione o ristrutturazione dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale, potrà usufruire in formula piena della detrazione applicata agli interessi passivi e ai relativi oneri accessori.
Sostanzialmente vi si espone il caso di un contribuente che a seguito della morte della moglie ha eseguito la voltura del finanziamento – stipulato originariamente a nome di lei – per la ristrutturazione dell’abitazione principale, abitazione di cui il marito era comunque co-titolare già insieme alla moglie deceduta. L’interpello del marito ruotava dunque intorno al dubbio se sia o meno possibile per un coniuge superstite, comunque co-titolare dell’abitazione principale, portarsi in detrazione, previo accollo, gli interessi relativi al mutuo – o a quote di esso – che in circostanze normali sarebbero stati detratti dal coniuge.
La risposta dell’amministrazione è stata positiva, ed ha chiarito l’aspetto parallelo dei mutui contratti per il semplice acquisto dell’abitazione. In sintesi vi sono due regolamenti – da una parte la detraibilità dei mutui sull’acquisto, dall’altra quella dei mutui sulla costruzione/ristrutturazione – vanno di pari passo, prevedendo in entrambi i casi l’ammissibilità di trasferire il beneficio fiscale al coniuge superstite che si accolli le quote precedentemente intestate al deceduto.
Nella suddetta risoluzione l’Agenzia ricostruisce sinteticamente la disciplina della detrazione sugli interessi passivi dei mutui ipotecari stipulati per la costruzione/ristrutturazione dell’abitazione principale, ricordando che tale sgravio è ammesso, nella misura del 19% su un ammontare complessivo non superiore a 2.582,28 euro, a condizione che:

  • l’unità immobiliare sia quella nella quale il contribuente (o i suoi familiari) intendono dimorare abitualmente;
  • l’immobile diventi abitazione principale entro sei mesi dal termine dei lavori;
  • il contratto di mutuo sia stipulato dal soggetto che avrà il possesso dell’unità immobiliare a titolo di proprietà o di altro diritto reale;
  • i lavori di costruzione siano ultimati entro il termine previsto dal titolo abilitativo, salvo possibilità di proroga;
  • il mutuo sia stipulato nei sei mesi antecedenti all’inizio dei lavori ovvero nei diciotto mesi successivi.

Un ruolo fondamentale in questi casi viene svolto dai regolamenti in materia edilizia, in particolare dalle abilitazioni locali. È infatti disposto che “per costruzione di unità immobiliare si intendono tutti gli interventi realizzati in conformità al provvedimento di abilitazione comunale che autorizzi una nuova costruzione”.
Per questo motivo, ricordano le Entrate, quando si parla specificatamente di detrazione applicata ai mutui di costruzione o ristrutturazione dell’immobile, è necessaria la presenza di un provvedimento di abilitazione comunale nel quale venga esplicitato che i lavori eseguiti rientrano nell’ambito normativo, cosa ovviamente non richiesta ai fini della detrazione sui semplici mutui di acquisto. Laddove invece mancasse il provvedimento, il contribuente sarebbe comunque tenuto a conservare un’analoga sottoscrizione firmata dal responsabile del competente ufficio comunale.
In conclusione, fatta l’ipotesi di due coniugi contitolari dell’abitazione principale, per il cui acquisto, o la cui ristrutturazione/costruzione, sia stato stipulato a suo tempo un mutuo ipotecario, e ipotizzando inoltre che il mutuo sia stato intestato al 50% fra entrambi i coniugi, se uno dei due venisse a mancare prima dell’estinzione del mutuo, sarà possibile per il coniuge rimasto in vita accollarsi l’altra quota intestata al deceduto e godere così, anche su quella, della detrazione applicata agli interessi passivi.

Fonte: CAF ACLI

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È entrato in vigore il decreto attuativo dell’APe volontario: il prestito a garanzia pensionistica cui possono accedere gli over 63 anni con almeno 20 anni di contribuzione e purché abbiano maturato un importo di pensione – al netto dell’eventuale rata di restituzione dell’ APE – non inferiore ad 1,4 volte il trattamento minimo.

Non è ancora possibile ad oggi inoltrare domande o stabilire il reale costo dell’operazione perché manca la sottoscrizione degli accordi quadro con:

  • l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) per determinare i tassi di interesse

e

  • l’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), per determinare i premi assicurativi a garanzia della premorienza.

Il pagamento dei primi ratei di prestito difficilmente potrà avvenire ancora nel 2017.
Il primo passo è l’invio della domanda di certificazione del diritto all’APe volontario da presentare all’INPS (personalmente o tramite patronato).
L’INPS entro 60 giorni comunica, telematicamente, l’esito della pratica e:

  • a) se sussistono i requisiti rilascia la certificazione del diritto all’APe, indica la data di maturazione dei requisiti anagrafici per la domanda di APe e gli importi minimo e massimo della quota mensile di APe volontario ottenibile;
  • b) se non sussistono i requisiti comunica il rigetto della domanda.

Il secondo passo è, ottenuta la certificazione e valutate le proprie esigenze, la presentazione della domanda di APe all’INPS da parte dell’interessato. La domanda va inoltrata utilizzando l’identità digitale SPID (personalmente o tramite patronato).

Nella domanda di APe sono ricomprese:

  • a) la proposta del contratto di finanziamento, con indicazione dell’istituto finanziatore prescelto;
  • b) la proposta di contratto di assicurazione contro il rischio di premorienza, con indicazione dell’impresa assicuratrice prescelta;
  • c) l’istanza di accesso al fondo di garanzia.

Contestualmente alla domanda di APe deve essere presentata domanda di pensione di vecchiaia.

Nella domanda di APe il soggetto richiedente indica:

  • a) di voler accedere o meno al finanziamento supplementare (qualora a causa degli incrementi dell’aspettativa di vita vi sia un periodo senza erogazione dell’APe volontaria prima della liquidazione della pensione di vecchiaia);
  • b) l’ammontare della quota mensile di APe (da un minimo di 150 euro fino al 90% del trattamento pensionistica a seconda della durata dell’anticipo);
  • c) l’importo di rate per debiti erariali;
  • d) l’importo di rate per prestiti con periodo di ammortamento residuo superiore al periodo di erogazione dell’APe;
  • e) l’importo di assegni divorzili, di mantenimento dei figli e di assegni di separazione tra i coniugi.

Nella domanda di APe il soggetto richiedente dichiara sotto la propria responsabilità:

  • a) non avere, nei confronti delle banche o di altri operatori finanziari, esposizioni per debiti scaduti o sconfinanti e non pagati da oltre novanta giorni;
  • b) non essere a conoscenza di essere attualmente registrato negli archivi della centrale dei rischi;
  • c) non aver avviato o essere oggetto di procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento ai sensi della legge 27 gennaio 2012, n. 3;
  • d) non avere pignoramenti in corso o estinti senza integrale soddisfazione dei creditori;
  • e) non avere protesti a proprio carico e non essere registrato nell’archivio degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari.

L’INPS trasmette:

  • all’istituto finanziatore indicato nella domanda la domanda di APe con la proposta di contratto di finanziamento;
  • la proposta di contratto di assicurazione contro il rischio di premorienza all’impresa assicuratrice scelta dal richiedente.

L’istituto finanziatore trasmette telematicamente all’INPS e al soggetto richiedente, l’accettazione della proposta di contratto di finanziamento, ovvero l’eventuale rigetto.
L’INPS mette a disposizione dell’impresa assicuratrice prescelta l’accettazione della proposta di contratto di finanziamento da parte dell’istituto finanziatore.
L’impresa assicuratrice accetta la proposta di assicurazione e la trasmette all’INPS e al richiedente.
Le accettazioni del contratto di finanziamento e della proposta di assicurazione sono pubblicati nell’area riservata del richiedente e contestualmente l’INPS lo comunica al richiedente.

In sintesi tutti i passaggi per l’APe volontario sono:

  • Richiesta all’INPS della certificazione dei requisiti APE Volontario: almeno 63 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione, importo pensione non inferiore al limite
  • Invio all’INPS delle domande di: a) APE (proposte contratto finanziamento e assicurazione);   b) domanda pensione vecchiaia
  • L’INPS trasmette proposte di contratto finanziamento e di assicurazione
  • L’Istituto Finanziatore accetta la proposta e quindi L’Assicurazione predispone il contratto e calcola il premio
  • I contratti sono pubblicati e comunicati all’interessato
  • L’APE è attiva – salvo il recesso

Fonte: PATRONATO ACLI

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La dichiarazione dei redditi riportante i dati del sostituto d’imposta è da considerarsi validamente presentata anche se, di seguito alla presentazione del modello, il rapporto di lavoro sia cessato a causa del licenziamento o delle dimissioni del dichiarante. Molto spesso i contribuenti, dopo aver chiuso il rapporto di lavoro con una certa azienda, chiedono informazioni sul da farsi in caso di conguagli a credito o a debito risultanti dal 730 già presentato, sul quale, però, erano stati indicati i riferimenti del vecchio sostituto. Il caso classico è quello del dipendente che, successivamente all’inoltro della dichiarazione, si trovi a cambiare lavoro. Ipotizzando allora che dalla dichiarazione 730 risultasse un esito a debito, si porrà il problema di come pagare il debito residuo, non più trattenibile in busta paga dal vecchio datore di lavoro.
Il 730, di norma, permette di imboccare la corsia preferenziale del versamento o del rimborso direttamente in busta paga, senza che il contribuente faccia nulla, se non attendere il mese di luglio (agosto per i pensionati) nel quale il datore di lavoro gli tratterrà/rimborserà il debito/credito sullo stipendio; ma se la busta paga non c’è più, il problema allora si pone.
Vediamo dunque cosa succede nei due casi di debito o credito, qualora il dichiarante, al momento del conguaglio, non sia più provvisto del sostituto indicato in precedenza.
A rispondere è stata nel 2013 la Circolare 14/E dell’Agenzia delle Entrate secondo la quale “in caso di conguaglio a credito, il sostituto d’imposta è tenuto ad operare i rimborsi spettanti ai dipendenti cessati (…) o privi di retribuzione, mediante una corrispondente riduzione delle ritenute relative ai compensi corrisposti agli altri dipendenti con le modalità e nei tempi ordinariamente previsti”. Se dunque, in un momento successivo alla consegna del 730, il contribuente cessa il proprio rapporto di lavoro, per un licenziamento o per dimissioni, a prescindere da quale sia la sua condizione nell’ immediato (potrebbe essere infatti essere occupato in una nuova azienda o rimanere disoccupato), è comunque alla vecchia azienda, cioè all’ ex sostituto d’imposta, che spetterà l’onere dei rimborsi fiscali, e tali rimborsi avverranno con la conseguente riduzione delle ritenute sui compensi degli altri dipendenti. Qualora però il conguaglio a credito non dovesse essere effettuato, il contribuente, seppur con tempi più rallentati, avrebbe comunque la possibilità di recuperare quel credito presentando la dichiarazione dei redditi l’anno successivo.
Viceversa in caso di debito, il sostituto d’imposta, non avendo la possibilità materiale di effettuare il conguaglio (non c’è infatti la busta paga da cui trattenere l’importo), “comunica tempestivamente agli interessati gli importi risultanti dalla dichiarazione, che gli stessi devono versare direttamente (tramite F24, ndr). In alternativa, i contribuenti che si trovano nella posizione di momentanea assenza di retribuzione possono scegliere di richiedere la trattenuta della somma a debito, con l’applicazione dell’interesse dello 0,40 per cento mensile, se il sostituto deve loro erogare emolumenti entro l’anno d’imposta”.

Fonte: CAF ACLI

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La prolusione del Laboratorio di formazione al bene comune è fissata per venerdì 20 ottobre 2017.

“Generare vero sviluppo ascoltando il grido dei poveri”, è il tema generale dell’undicesima edizione di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune, promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento in collaborazione con il Centro di Cultura “Raffaele Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il programma di questa nuova edizione, di cui sono aperte le iscrizioni, prevede tredici incontri, con la prolusione fissata il 20 ottobre 2017. Gli appuntamenti a seguire avranno cadenza quindicinale fino al 5 maggio 2018. La tematica generale riprende un passaggio del messaggio di Papa Francesco per la prima Giornata mondiale dei poveri. Gli argomenti che saranno affrontati sono di grande attualità e rilevanza: gli interventi per contrastare la povertà, la finanza etica al servizio dei poveri e dei giovani, la restituzione alla comunità dei beni confiscati alla criminalità organizzata, il terzo settore al servizio di una solidarietà operativa, la questione territoriale delle aree interne, la condizione giovanile in Italia, la crescita di un territorio libero dalla criminalità organizzata, il monitoraggio civico delle opere pubbliche, la vulnerabilità sociale e la povertà nelle nostre comunità, strategie per il lavoro dopo la Settimana Sociale di Cagliari.
Nel solco della democrazia deliberativa sarà anche realizzata una giuria popolare sulle politiche in materia di povertà e giovani, per aiutare le istituzioni nelle loro scelte, tenendo conto degli orientamenti in materia espressi dai cittadini.
Coordinatore dell’iniziativa formativa è Ettore Rossi, Direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro, mentre la direzione scientifica è affidata al Prof. Paolo Rizzi dell’Università Cattolica.
Le domande di iscrizione devono pervenire entro il 19 ottobre 2017 al Centro di Cultura “R. Calabria” di Benevento (P.zza Orsini n. 33), tel. 0824.323319 – 0824.323329 cell. 3397473208 od inviate per e-mail: socialelavoro@diocesidibenevento.it; info@centrodicultura.it
A conclusione del percorso formativo, il Centro di Cultura per lo sviluppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore rilascerà un attestato di partecipazione a quanti avranno frequentato il 75% del monte ore previsto (comprensivo di almeno due incontri relativi ai lavori di gruppo).
La partecipazione è gratuita.

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Il bonus Asilo nido può essere richiesto solo dal genitore che sostiene l’onere della retta.
L’ultima Legge di Bilancio ha previsto un contributo economico di 1000 euro per il pagamento della retta dell’asilo nido, nonché per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione per i bambini impossibilitati al nido perché affetti da gravi patologie croniche.
Il bonus interessa i nati o adottati/affidati dal 1 gennaio 2016 e, per i bambini che frequentano il nido, è corrisposto dall’INPS dietro presentazione della documentazione che attesta l’avvenuto pagamento delle singole rette.
L’avvenuto pagamento dovrà essere provato tramite ricevuta o quietanza di pagamento, fattura quietanzata, bollettino bancario o postale. È necessario che la documentazione indichi: i dati e partita IVA dell’asilo nido, il codice fiscale del minore, il mese di riferimento, gli estremi del pagamento, il nominativo del genitore che sostiene l’onere della retta.
Stando così le cose, se ad esempio è il marito l’intestatario del contratto ed il soggetto a cui sono emesse le fatture, è lui il genitore legittimato a richiedere il bonus.

Fonte: PATRONATO ACLI

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Il familiare convivente che paga la ristrutturazione eseguita su un immobile di proprietà di un congiunto può sì applicare la detrazione del 50% (valida salvo proroghe per le spese sostenute sino al 31-12-2017), a condizione però che l’immobile sia l’abitazione ove il familiare convive con il congiunto o comunque un altro immobile a disposizione, cioè vuoto. Oltretutto, per far sì che la detrazione resti valida nell’arco di tutto il decennio successivo, attraverso il consueto piano rateale di dieci quote di pari importo, non è necessario che la situazione di convivenza permanga nei 10 anni, ma che sia riscontrabile relativamente al solo periodo dei lavori fino al pagamento degli stessi.
La risposta che l’Agenzia delle Entrate ha fornito tempo fa su un interpello presentato in materia, potrebbe lasciar intendere un’interpretazione più restrittiva che inclusiva. Com’è noto, fra i beneficiari delle detrazioni al 50-65% sui lavori edili o finalizzati al risparmio energetico, rientrano anche i cosiddetti “familiari conviventi”, cioè coloro che convivono col possessore/detentore dell’immobile, e che, se sostengono le spese d’intervento, possono “subentrare” nel diritto di godimento del beneficio stesso. La regola dei familiari conviventi (intesi come il coniuge e i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado) suscita spesso delle incomprensioni. Vi è ad esempio la percezione comune che la parola “convivente” limiti l’applicazione del beneficio alle sole spese relative all’immobile dove in effetti la convivenza sussiste in senso fisico. In realtà non è così, ed è appunto su quest’aspetto che l’impostazione del bonus è più permissiva di quanto sembri.
I requisiti documentali affinché il familiare convivente applichi la detrazione sono esattamente gli stessi che verrebbero esaminati se fosse il possessore o detentore a richiederla, e cioè le fatture intestate della ditta e i bonifici di versamento correttamente compilati. Qualora poi fossero stati richiesti dei permessi speciali in Comune e tali permessi fossero intestati al possessore/detentore, ciò non ostacolerebbe la successiva applicazione del beneficio a favore del familiare convivente. Ad ogni modo dovrebbe comunque risultare la convivenza col possessore tramite il certificato di residenza.
Detto ciò, la ragione per cui l’impostazione di fondo del beneficio può dirsi permissiva, sta nel fatto che, come riporta la Risoluzione n. 184/E del 12 giugno 2002, “non è necessario che l’abitazione nella quale convivono familiare ed intestatario dell’immobile costituisca per entrambi l’abitazione principale, mentre è necessario che i lavori stessi siano effettuati su una delle abitazioni nelle quali si esplica il rapporto di convivenza”. La chiave è proprio questa. Le parole su cui bisogna concentrarsi, sono quelle che indicano la necessità che i lavori “siano effettuati su una delle abitazioni nelle quali si esplica il rapporto di convivenza”.
Questo significa appunto che l’immobile oggetto degli interventi non dev’essere necessariamente l’abitazione ove di fatto convivono il possessore e il familiare beneficiario del bonus, ma qualunque altro immobile ove la convivenza potrebbe idealmente sussistere. Volendo fare un esempio banale: se fosse il marito ad accollarsi le spese per la ristrutturazione della casa al mare posseduta al 100% dalla moglie, la detrazione gli sarebbe comunque riconosciuta, essendo appunto la casa al mare un immobile dove il rapporto di convivenza potrebbe eventualmente esplicarsi, a prescindere dal fatto che venga utilizzata soltanto per pochi mesi all’anno (e comunque la sostanza non cambierebbe anche se la casa non fosse mai utilizzata).
Dov’è, invece, che l’impostazione delle Entrate diventa restrittiva? Ripartiamo da un altro esempio: ipotizziamo una situazione quasi analoga alla precedente, cioè il marito che paga la ristrutturazione eseguita su un immobile posseduto dalla moglie, dove però abita il suocero, padre della moglie. In tal caso la detrazione non potrà essergli accordata dal momento che “l’immobile oggetto dei lavori è abitato da un familiare diverso da quello con cui sussiste il rapporto di convivenza”. In pratica, il fatto che a occupare l’immobile sia un terzo familiare, cioè un soggetto diverso dal possessore e dal suo convivente, fa da impedimento al normale applicarsi della detrazione. L’impostazione restrittiva si evince dunque dal presupposto secondo cui l’utilizzo da parte di terzi dell’immobile ristrutturato renda impossibile la convivenza – nello stesso immobile – tra il familiare e il possessore.

Fonte: CAF ACLI

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Giovedì 12 ottobre l’INPS, ottenuto il nullaosta dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha pubblicato la circolare che riassume e disciplina le regole delle pensioni in regime di cumulo in presenza di contribuzione versata alle Casse dei liberi professionisti.
Viene da chiedersi se questo è ancora il cumulo così come lo abbiamo conosciuto dal 2012 ad oggi; per alcuni aspetti sicuramente sì, ma per altri l’istituto sembra essere stato stravolto.
Innanzitutto è stata confermata la possibilità di accedere a tutte le prestazioni pensionistiche anche in presenza di contribuzione versata ad una cassa privata, quindi il libero professionista iscritto o già iscritto ad una Cassa può accedere alla pensione di:

  • Vecchiaia
  • Anticipata
  • Inabilità (non assegno di invalidità).

In caso di decesso i familiari potranno ottenere la pensione ai superstiti.
È stata altresì confermata la possibilità di cumulo anche in presenza di gestioni nelle quali si è raggiunto un requisito autonomo alla pensione: l’importante è non essere già titolari di una pensione diretta.
La novità sta nel fatto che la pensione di vecchiaia in regime di cumulo è considerata una pensione unica ai fini della maturazione dei requisiti, ma a formazione progressiva per quanto riguarda la sua misura. In sostanza?
Il diritto a chiedere la pensione di vecchiaia in cumulo nasce dal raggiungimento

  • dei requisiti contributivi ed anagrafici minimi previsti nella riforma Fornero:

66 anni e 7 mesi di età e almeno 20 anni di contributi (dal 2018)

  • degli eventuali ulteriori requisiti previsti dalla gestione nella quale il richiedente risulta da ultimo iscritto.

L’importo da subito erogato sarà un pro quota relativo alle sole gestioni nelle quali si sono maturati i requisiti, mentre il pro quota delle Casse saràerogato solo una volta raggiunti i requisiti anagrafico e contributivo previsti dalla Cassa stessa.
Il diritto ad ottenere una pensione anticipata in cumulo si matura al raggiungimento:

  1. A) dell’anzianità contributiva prevista dalla riforma Fornero, per il cui perfezionamento ciascuna gestione tiene conto della disciplina prevista dal rispettivo ordinamento:
  2. B) degli ulteriori requisiti eventualmente previsti dai singoli ordinamenti cumulati: cessazione lavoro dipendente, cancellazione albi professionali, ecc. ecc.

Il cumulo non è ammesso per ottenere l’assegno ordinario di invalidità, ma solo per la pensione di inabilità.
Non esiste un requisito unico, ma i requisiti richiesti sono quelli della Gestione, del Fondo o della Cassa alla quale il richiedente risulta iscritto al momento del manifestarsi dell’inabilità.
Il riferimento alla gestione cui si è iscritti vale anche per la determinazione del diritto e della misura dell’eventuale maggiorazione contributiva propria della pensione di inabilità.
Sono previste anche le pensioni ai superstiti in regime di cumulo ma bisogna distinguere 3 situazioni principali:

  • il defunto non era titolare di pensione diretta
  • il defunto era titolare di una pensione in regime di cumulo – interamente erogata
  • il defunto era titolare di una pensione di vecchiaia in regime di cumulo – erogata in pro quota.

Nel primo caso la pensione indiretta spetta ai superstiti individuati dalla Gestione cui il defunto era iscritto al momento del decesso e si consegue al raggiungimento dei requisiti di assicurazione, contribuzione ed agli ulteriori requisiti richiesti dalla gestione stessa. Il perfezionamento dei requisiti si ottiene dalla somma di tutti i periodi di assicurazione e di contribuzione (non sovrapposti) a cui il dante causa è stato iscritto anche dei periodi di iscrizioni a gestioni/casse che non prevedono la pensione ai superstiti o di quelli che non riconoscono il richiedente come beneficiario.
Nel secondo caso la pensione di reversibilità spetta ai superstiti con le modalità e nei limiti previsti da ogni forma pensionistica sia per l’individuazione dei familiari superstiti aventi diritto che della quota loro spettante. Pertanto, solo le forme assicurative che riconoscono il diritto alla pensione di reversibilità ai familiari superstiti liquidano il relativo pro quota secondo le aliquote di reversibilità previste dal rispettivo ordinamento.
Nel terzo caso la pensione di reversibilità a seconda dei casi potrà essere determinata:

  • tenendo conto anche della quota della Cassa (che la determinerà secondo le proprie regole) e questo succederà nei casi in cui il defunto aveva raggiunto requisito a pensione utilizzando i contributi della Cassa;
  • aggiungendo la quota della Cassa alla quota dell’INPS nel caso in cui la contribuzione dei periodi versati alle gestioni INPS dal defunto fosse pari o superiore ai 20 anni.

L’unicità della pensione di vecchiaia in regime di cumulo e la formazione progressiva dell’importo erogabile hanno riflessi anche sul diritto ad altri trattamenti: 14° mensilità, maggiorazioni sociali e trattamento minimo, ecc.

Fonte: PATRONATO ACLI

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La Legge di bilancio 2017 e il decreto ministeriale del 20 settembre u.s. (G.U. 3/10/2017) hanno apportato modifiche in materia di accesso ai benefici per i lavoratori addetti a mansioni ed attività usuranti.
Sono sempre e solo i lavoratori già indicati nel decreto legislativo 67/2011:

  • addetti alla cosiddetta linea catena
  • conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo (capienza non inferiore ai 9 posti)
  • addetti a turni notturni occupati per un numero di notti pari o superiore a 78 l’anno, o 72-77 giorni all’anno o 64-71 giorni
  • addetti a lavoro notturno (sempre almeno 3 ore ogni notte)
  • addetti alle lavorazioni indicate nel cosiddetto decreto Salvi del 1999.

La pensione spetta sempre al raggiungimento del requisito “Quota” con età e contribuzioni minime.
Alla pensione dei lavoratori usuranti fino a tutto il 2026 non verrà applicato l’incremento dell’aspettativa di vita. Pertanto i requisiti d’accesso in vigore al 31/12/2016 rimarranno invariati a tutto il 2026.
La decorrenza della pensione non è più soggetta alla finestra mobile. La prima decorrenza utile per la pensione sarà determinata dal momento di maturazione dei requisiti e dalla tempestività della domanda di accesso ai benefici per lavoro usurante.

Fino al 2016 la norma prevedeva che per accedere ai benefici per lavoratori usuranti dal 2018 era necessario aver svolto l’attività usurante per almeno metà della propria vita lavorativa, mentre fino al 2017 era sufficiente aver prestato attività lavorativa usurante per almeno 7 anni nell’ultimo decennio compreso l’anno del pensionamento.Dal 1° gennaio 2017 i due criteri sono alternativi tra di loro e non è più necessario che l’attività usurante sia quella svolta nell’anno del pensionamento.Pertanto si può accedere ai benefici se l’attività usurante è stata svolta:

  • o per almeno 7 anni nel decennio precedente la domanda;
  • o almeno metà della propria vita lavorativa.

L’abolizione delle finestre mobili ha portato a modificare i termini di scadenza dell’inoltro delle domande di accesso ai benefici e quelle per il rilascio delle certificazioni da parte dell’INPS.La legge ha stabilito che a partire da chi matura i requisiti nel 2018, la domanda va inoltrata entro il 1° maggiodell’anno precedente a quello di maturazione dei requisiti. Il 1° maggio 2017 era il termine utile per inoltrare la domanda di riconoscimento dei benefici per chi raggiunge i requisiti nel 2018.
L’INPS entro il 30 novembre comunicherà al lavoratore se la domanda è accolta e/o respinta ed indicherà la decorrenza possibile alla luce della disponibilità dei fondi.Il 2017 è stato l’anno di transizione e quindi per chi matura i requisiti nel 2017 la domanda andava presentata entro il 1° marzo 2017 ed entro il 31 ottobre l’INPS comunicherà l’esito della domanda.
Le domande di riconoscimento dei benefici per lavoro usurante debbono essere corredate da idonea documentazione, a pena di procedibilità.
Le dichiarazioni del datore di lavoro fatte “ora per allora” non sono valide se non supportate da idonea documentazione dell’epoca: ordini di servizio, schemi di turnazione del personale,registri delle presenze ed eventuali atti di affidamento di incarichi e mansioni, ecc.ecc.
Purtroppo i fogli presenza, i registri, le schede timbrature, i vecchi CCNL ed integrativi aziendali, gli ordini di servizio sono documenti che non sempre il datore di lavoro e/o il lavoratore hanno conservato oltre il decennio. Questo potrà essere un problema per chi richiede l’accesso al beneficio per aver svolto per almeno metà della vita lavorativa attività usurante e questa si collochi nella prima parte della carriera.
Il recente decreto Ministeriale che ha sostituito il testo del 2011 ha apportato alcune modifiche all’elenco della documentazione necessaria distinguendola a seconda del settore pubblico o privato del datore di lavoro e nell’ambito privato, tra contratti stipulati prima o dopo l’11 gennaio 2008 (data dalla quale molti elementi sono già disponibili nei data base dell’INPS perché trasmessi dai datori di lavoro con le denunce mensili e le comunicazioni telematiche).

Fonte: PATRONATO ACLI

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I CONCORSO INTERNAZIONALE DI INTERPRETAZIONE MUSICALE “SAMNIUM” CITTA’ DI BENEVENTO (ITALIA)
CLARINETTO (cat. Baby – Young – Junior – Senior)
PREMIO SPECIALE ALLA MEMORIA DEL MAESTRO GIOVANNI SISILLO

MUSICA D’INSIEME (gruppi strumentali da tre fino a quindici componenti)
sez. I Gruppi istituti secondari di primo grado
sez. II Gruppi istituti secondari di secondo grado (licei musicali)
sez. III Gruppi strumentali Enti pubblici e privati, associazioni (accademie, Conservatori etc)

PREMI PER CIRCA $20.000,00 IN CLARINETTI, ACCESSORI, BORSA DI STUDIO, CONCERTI.

bando www.musicalchairs.info