martedì 24 ottobre 2017
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PATRONATO

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Il bonus Asilo nido può essere richiesto solo dal genitore che sostiene l’onere della retta.
L’ultima Legge di Bilancio ha previsto un contributo economico di 1000 euro per il pagamento della retta dell’asilo nido, nonché per l’introduzione di forme di supporto presso la propria abitazione per i bambini impossibilitati al nido perché affetti da gravi patologie croniche.
Il bonus interessa i nati o adottati/affidati dal 1 gennaio 2016 e, per i bambini che frequentano il nido, è corrisposto dall’INPS dietro presentazione della documentazione che attesta l’avvenuto pagamento delle singole rette.
L’avvenuto pagamento dovrà essere provato tramite ricevuta o quietanza di pagamento, fattura quietanzata, bollettino bancario o postale. È necessario che la documentazione indichi: i dati e partita IVA dell’asilo nido, il codice fiscale del minore, il mese di riferimento, gli estremi del pagamento, il nominativo del genitore che sostiene l’onere della retta.
Stando così le cose, se ad esempio è il marito l’intestatario del contratto ed il soggetto a cui sono emesse le fatture, è lui il genitore legittimato a richiedere il bonus.

Fonte: PATRONATO ACLI

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Giovedì 12 ottobre l’INPS, ottenuto il nullaosta dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha pubblicato la circolare che riassume e disciplina le regole delle pensioni in regime di cumulo in presenza di contribuzione versata alle Casse dei liberi professionisti.
Viene da chiedersi se questo è ancora il cumulo così come lo abbiamo conosciuto dal 2012 ad oggi; per alcuni aspetti sicuramente sì, ma per altri l’istituto sembra essere stato stravolto.
Innanzitutto è stata confermata la possibilità di accedere a tutte le prestazioni pensionistiche anche in presenza di contribuzione versata ad una cassa privata, quindi il libero professionista iscritto o già iscritto ad una Cassa può accedere alla pensione di:

  • Vecchiaia
  • Anticipata
  • Inabilità (non assegno di invalidità).

In caso di decesso i familiari potranno ottenere la pensione ai superstiti.
È stata altresì confermata la possibilità di cumulo anche in presenza di gestioni nelle quali si è raggiunto un requisito autonomo alla pensione: l’importante è non essere già titolari di una pensione diretta.
La novità sta nel fatto che la pensione di vecchiaia in regime di cumulo è considerata una pensione unica ai fini della maturazione dei requisiti, ma a formazione progressiva per quanto riguarda la sua misura. In sostanza?
Il diritto a chiedere la pensione di vecchiaia in cumulo nasce dal raggiungimento

  • dei requisiti contributivi ed anagrafici minimi previsti nella riforma Fornero:

66 anni e 7 mesi di età e almeno 20 anni di contributi (dal 2018)

  • degli eventuali ulteriori requisiti previsti dalla gestione nella quale il richiedente risulta da ultimo iscritto.

L’importo da subito erogato sarà un pro quota relativo alle sole gestioni nelle quali si sono maturati i requisiti, mentre il pro quota delle Casse saràerogato solo una volta raggiunti i requisiti anagrafico e contributivo previsti dalla Cassa stessa.
Il diritto ad ottenere una pensione anticipata in cumulo si matura al raggiungimento:

  1. A) dell’anzianità contributiva prevista dalla riforma Fornero, per il cui perfezionamento ciascuna gestione tiene conto della disciplina prevista dal rispettivo ordinamento:
  2. B) degli ulteriori requisiti eventualmente previsti dai singoli ordinamenti cumulati: cessazione lavoro dipendente, cancellazione albi professionali, ecc. ecc.

Il cumulo non è ammesso per ottenere l’assegno ordinario di invalidità, ma solo per la pensione di inabilità.
Non esiste un requisito unico, ma i requisiti richiesti sono quelli della Gestione, del Fondo o della Cassa alla quale il richiedente risulta iscritto al momento del manifestarsi dell’inabilità.
Il riferimento alla gestione cui si è iscritti vale anche per la determinazione del diritto e della misura dell’eventuale maggiorazione contributiva propria della pensione di inabilità.
Sono previste anche le pensioni ai superstiti in regime di cumulo ma bisogna distinguere 3 situazioni principali:

  • il defunto non era titolare di pensione diretta
  • il defunto era titolare di una pensione in regime di cumulo – interamente erogata
  • il defunto era titolare di una pensione di vecchiaia in regime di cumulo – erogata in pro quota.

Nel primo caso la pensione indiretta spetta ai superstiti individuati dalla Gestione cui il defunto era iscritto al momento del decesso e si consegue al raggiungimento dei requisiti di assicurazione, contribuzione ed agli ulteriori requisiti richiesti dalla gestione stessa. Il perfezionamento dei requisiti si ottiene dalla somma di tutti i periodi di assicurazione e di contribuzione (non sovrapposti) a cui il dante causa è stato iscritto anche dei periodi di iscrizioni a gestioni/casse che non prevedono la pensione ai superstiti o di quelli che non riconoscono il richiedente come beneficiario.
Nel secondo caso la pensione di reversibilità spetta ai superstiti con le modalità e nei limiti previsti da ogni forma pensionistica sia per l’individuazione dei familiari superstiti aventi diritto che della quota loro spettante. Pertanto, solo le forme assicurative che riconoscono il diritto alla pensione di reversibilità ai familiari superstiti liquidano il relativo pro quota secondo le aliquote di reversibilità previste dal rispettivo ordinamento.
Nel terzo caso la pensione di reversibilità a seconda dei casi potrà essere determinata:

  • tenendo conto anche della quota della Cassa (che la determinerà secondo le proprie regole) e questo succederà nei casi in cui il defunto aveva raggiunto requisito a pensione utilizzando i contributi della Cassa;
  • aggiungendo la quota della Cassa alla quota dell’INPS nel caso in cui la contribuzione dei periodi versati alle gestioni INPS dal defunto fosse pari o superiore ai 20 anni.

L’unicità della pensione di vecchiaia in regime di cumulo e la formazione progressiva dell’importo erogabile hanno riflessi anche sul diritto ad altri trattamenti: 14° mensilità, maggiorazioni sociali e trattamento minimo, ecc.

Fonte: PATRONATO ACLI

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La Legge di bilancio 2017 e il decreto ministeriale del 20 settembre u.s. (G.U. 3/10/2017) hanno apportato modifiche in materia di accesso ai benefici per i lavoratori addetti a mansioni ed attività usuranti.
Sono sempre e solo i lavoratori già indicati nel decreto legislativo 67/2011:

  • addetti alla cosiddetta linea catena
  • conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo (capienza non inferiore ai 9 posti)
  • addetti a turni notturni occupati per un numero di notti pari o superiore a 78 l’anno, o 72-77 giorni all’anno o 64-71 giorni
  • addetti a lavoro notturno (sempre almeno 3 ore ogni notte)
  • addetti alle lavorazioni indicate nel cosiddetto decreto Salvi del 1999.

La pensione spetta sempre al raggiungimento del requisito “Quota” con età e contribuzioni minime.
Alla pensione dei lavoratori usuranti fino a tutto il 2026 non verrà applicato l’incremento dell’aspettativa di vita. Pertanto i requisiti d’accesso in vigore al 31/12/2016 rimarranno invariati a tutto il 2026.
La decorrenza della pensione non è più soggetta alla finestra mobile. La prima decorrenza utile per la pensione sarà determinata dal momento di maturazione dei requisiti e dalla tempestività della domanda di accesso ai benefici per lavoro usurante.

Fino al 2016 la norma prevedeva che per accedere ai benefici per lavoratori usuranti dal 2018 era necessario aver svolto l’attività usurante per almeno metà della propria vita lavorativa, mentre fino al 2017 era sufficiente aver prestato attività lavorativa usurante per almeno 7 anni nell’ultimo decennio compreso l’anno del pensionamento.Dal 1° gennaio 2017 i due criteri sono alternativi tra di loro e non è più necessario che l’attività usurante sia quella svolta nell’anno del pensionamento.Pertanto si può accedere ai benefici se l’attività usurante è stata svolta:

  • o per almeno 7 anni nel decennio precedente la domanda;
  • o almeno metà della propria vita lavorativa.

L’abolizione delle finestre mobili ha portato a modificare i termini di scadenza dell’inoltro delle domande di accesso ai benefici e quelle per il rilascio delle certificazioni da parte dell’INPS.La legge ha stabilito che a partire da chi matura i requisiti nel 2018, la domanda va inoltrata entro il 1° maggiodell’anno precedente a quello di maturazione dei requisiti. Il 1° maggio 2017 era il termine utile per inoltrare la domanda di riconoscimento dei benefici per chi raggiunge i requisiti nel 2018.
L’INPS entro il 30 novembre comunicherà al lavoratore se la domanda è accolta e/o respinta ed indicherà la decorrenza possibile alla luce della disponibilità dei fondi.Il 2017 è stato l’anno di transizione e quindi per chi matura i requisiti nel 2017 la domanda andava presentata entro il 1° marzo 2017 ed entro il 31 ottobre l’INPS comunicherà l’esito della domanda.
Le domande di riconoscimento dei benefici per lavoro usurante debbono essere corredate da idonea documentazione, a pena di procedibilità.
Le dichiarazioni del datore di lavoro fatte “ora per allora” non sono valide se non supportate da idonea documentazione dell’epoca: ordini di servizio, schemi di turnazione del personale,registri delle presenze ed eventuali atti di affidamento di incarichi e mansioni, ecc.ecc.
Purtroppo i fogli presenza, i registri, le schede timbrature, i vecchi CCNL ed integrativi aziendali, gli ordini di servizio sono documenti che non sempre il datore di lavoro e/o il lavoratore hanno conservato oltre il decennio. Questo potrà essere un problema per chi richiede l’accesso al beneficio per aver svolto per almeno metà della vita lavorativa attività usurante e questa si collochi nella prima parte della carriera.
Il recente decreto Ministeriale che ha sostituito il testo del 2011 ha apportato alcune modifiche all’elenco della documentazione necessaria distinguendola a seconda del settore pubblico o privato del datore di lavoro e nell’ambito privato, tra contratti stipulati prima o dopo l’11 gennaio 2008 (data dalla quale molti elementi sono già disponibili nei data base dell’INPS perché trasmessi dai datori di lavoro con le denunce mensili e le comunicazioni telematiche).

Fonte: PATRONATO ACLI

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Anche quest’anno è stato pubblicato il decreto per il bonus cultura per i nati nell’anno 1999. 
Il bonus di 500 euro da spendere in acquisto libri e attività culturali che la legge aveva riservato ai nati nel 1998, è stato esteso anche ai ragazzi nati nell’anno successivo.
Il beneficio per la Classe ’99 è riservato ai ragazzi:
– residenti in Italia
– che compiono i 18 anni nel corso del 2017
– cittadini extracomunitari  in possesso di permesso di soggiorno in corso di validità.
Il bonus ha la natura di carta elettronica, gestita dal Ministero dei beni e delle attività culturali tramite una applicazione informatica (18app), utilizzabile esclusivamente online previa attivazione.
Per ottenere il bonus è necessario:

  • Aver compiuto il 18° anno di età e richiedere l’identità digitale (il cosiddetto SPID) necessaria ormai per accedere a quasi tutti i servizi delle Pubbliche Amministrazioni.
  • Lo SPID è rilasciato dai cd. Gestori di Identità Digitale, soggetti che, nel rispetto dei criteri di sicurezza emessi dall’Agenzia per l’Italia Digitale, provvedono a verificare l’identità del richiedente, a fornirgli le credenziali di accesso a SPID ed a gestire l’autenticazione degli utenti in fase di accesso ai servizi informatici. L’elenco è consultabile sul sito spid.gov.it.
  • Ottenuto lo SPID, il neo maggiorenne deve registrarsi sul sito 18app.italia.it entro la scadenza del 30 giugno 2018.

Ciascun buono è individuale e nominativo e non può essere ceduto ad altri; non è previsto alcun limite di spesa per il singolo acquisto ma è possibile comprare solo un’unità di ciascun bene o servizio.
L’elenco degli esercizi commerciali, dei cinema, delle sale concerto, dei teatri, dei luoghi della cultura, dei parchi naturali e delle altre strutture presso le quali è possibile utilizzare il bonus è disponibile ed aggiornato sul sito www.18app.italia.it e dovrà essere speso entro il 31 dicembre 2018; diversamente, si ricorda che il bonus cultura per i nati nel 1998 va speso entro il 31 dicembre 2017. 

Fonte: PATRONATO ACLI

 

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Sono una lavoratrice domestica (6 ore la settimana da gennaio scorso), tra poche settimane nascerà la mia secondogenita. Al termine del 7° mese ho presentato all’INPS domanda di indennità maternità, non mi aspettavo grosse somme ma … oggi l’INPS respinge la mia domanda per carenza del requisito contributivo.
Non capisco perché, con il primo figlio (2005) non ho avuto problemi anche se lavoravo da poche settimane come dipendente di un’azienda. Sono cambiate le norme?
Le regole non sono cambiate, ma è cambiato il settore nel quale lei oggi presta attività lavorativa.
Quando ha avuto il primo figlio nel 2005 lei era una lavoratrice dipendente mentre oggi è una lavoratrice domestica.
Tutte le lavoratrici dipendenti non possono essere adibite ad attività lavorativa nei 2 mesi precedenti la data presunta del parto e nei 3 successivi (cd. astensione obbligatoria cui corrisponde il congedo di maternità indennizzato).
Al ricorrere di idonee condizioni di salute del bambino e della mamma è possibile chiedere di fruire della flessibilità e quindi astenersi dal lavoro 1 mese precedente la data presunta del parto e nei 4 successivi (flessibilità dell’astensione obbligatoria).
La norma prevede che la futura mamma possa fruire dell’indennità di maternità se all’inizio del congedo di maternità si trova in una di queste condizioni:

  • è lavoratrice dipendente;
  • sta fruendo di indennità di disoccupazione / NASpI, mobilità, CIG
  • ha cessato o è sospesa da non oltre 60 giorni

La particolarità per il lavoro domestico risiede nel fatto che l’indennità di maternità è erogata dall’INPS a condizione che risulti verificato uno dei due seguenti requisiti contributivi:

  • 52 contributi settimanali nei 24 mesi precedenti la data di inizio del congedo di maternità,
  • oppure 26 contributi settimanali nei 12 mesi precedenti l’inizio del congedo di maternità.

In questo caso è necessario esaminare la sua posizione contributiva e verificare se ha raggiunto il requisito contributivo minimo per avere erogata l’indennità di maternità.

Fonte: PATRONATO ACLI

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Il 9 ottobre si è celebrata la Giornata in ricordo dei caduti sul lavoro: Cambiamo la storia.
Il Presidente della Repubblica ha ricordato che troppi sono i caduti sul lavoro e gran parte sono giovani. Una riflessione che ci porta a ricordare l’importanza della formazione non solo teorica ma anche tecnico-pratica e della necessità di un crescente impegno verso la prevenzione e la sicurezza.
Dal 12 ottobre 2017 i datori di lavoro devono comunicare all’INAIL tutti gli infortuni, anche quelli che determinano astensione dal lavoro per un solo giorno oltre a quello dell’infortunio. Il nuovo obbligo nasce dal Testo unico della sicurezza che prevede un Sistema informativo nazionale per la prevenzione (Sinp), la cui gestione tecnica ed informatica spetta all’ INAIL.
Lo scopo è quello di  fornire dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare, l’efficacia dell’ attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali dei lavoratori .
Non si tratta di un ulteriore risarcimento danni, ma di un nuovo strumento per individuare sistemi di prevenzione e sicurezza sempre più adeguati alle esigenze lavorative.
Dal 23 al 27 ottobre si celebra inoltre la Settimana Europea della salute e sicurezza dei luoghi di lavoro; in questo periodo vengono organizzati in tutta Europa eventi e attività di sensibilizzazione per promuovere il lavoro sostenibile e l’invecchiamento sano.
Nell’ambito della campagna «Ambienti di lavoro sani e sicuri ad ogni età», la settimana del 23-27 ottobre offre alle autorità pubbliche, alle imprese private e ai cittadini l’opportunità ideale per partecipare attivamente.

Fonte: PATRONATO ACLI

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Spesso richieste di part time respinte, poco spirito collaborativo del datore di lavoro e dei colleghi nella richiesta di modifica dell’orario lavorativo, la lontananza tra luogo di lavoro, casa e asili nido, la mancanza di figure, quali i nonni, cui affidare i bambini, portano la lavoratrice a dimettersi dal proprio lavoro una volta esauriti ferie e congedo parentale.
Molte neomamme si ritrovano così nelle condizioni di poter richiedere l’indennità di disoccupazione Naspi.
Per regola generale, l’indennità Naspi è esclusa se è il lavoratore a rassegnare le dimissioni e nel caso di risoluzione consensuale del contratto.
Fanno eccezione alcune ipotesi di dimissioni individuate dal legislatore come meritevoli di una particolare attenzione per il loro valore sociale e per la disparità di situazioni giuridiche e personali tra i contraenti:

  1. ledimissioni per giusta causa dovute a gravi inadempienze contrattuali da parte del datore di lavoro se non addirittura a minacce, percosse o molestie sessuali;
  2. ledimissioni rassegnate da una lavoratrice madre nel periodo che va dall’inizio della gravidanza fino al primo anno di vita del bambino.

La neomamma potrà fruire dell’indennità Naspi (se può far valere almeno 13 settimane di contributi nel quadriennio ed almeno 30 giornate di lavoro effettivo nell’anno precedente) anche se dimissionaria ma deve impegnarsi attivamente per la ricerca di una nuova occupazione.
La lavoratrice deve, infatti, al pari degli altri lavoratori disoccupati:

  • rendere la dichiarazione di immeditata disponibilità ad un nuovo lavoro,
  • presentarsi ai servizi per l’impiego per la sottoscrizione del patto di servizio
  • e rispettare tutti gli obblighi che da esso discendono.

La lavoratrice madre che si dimette entro il 1° anno di vita del bambino non deve rassegnare le dimissioni utilizzando la procedura telematica dal sito del Ministero.
Per evitare che le dimissioni siano poco meditate o peggio ancora “estorte” alla lavoratrice, la legge prevede che queste debbano essere rassegnate in sede protetta: sono valide solo se presentate e convalidate negli uffici territoriali dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
La lavoratrice che si dimette entro il compimento del 1° anno di vita del bambino non è tenuta al preavviso.
L’eventuale rifiuto ingiustificato di offerte di lavoro e/o corsi di professionalizzazione comporterà la perdita dell’indennità Naspi.

Fonte: PATRONATO ACLI

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La legge di bilancio 2017 ha previsto la possibilità di cumulare i contributi versati alle Casse dei liberi professionisti per ottenere la liquidazione di pensioni anticipate.
In realtà a 9 mesi di distanza dall’entrata in vigore della norma non è stata liquidata neppure una pensione anticipata in cumulo, in presenza di contributi delle Casse dei liberi professionisti. Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha precisato, dopo mesi di sollecitazioni, in Parlamento di non dover emettere alcun provvedimento e che spetta all’INPS procedere. 
Il presidente dell’INPS ha annunciato che la circolare applicativa è pronta e che verrà depositata al Ministero per l’approvazione delle linee interpretative inserite. Così, nelle prossime settimane, finalmente, i liberi professionisti potranno accedere alla pensione anticipata in regime di cumulo. 
Il cumulo consente di raggiungere il requisito contributivo necessario per la pensione cumulando tutta la contribuzione (non sovrapposta) versata nell’intero arco della vita lavorativa, indipendentemente dal numero di gestioni e di casse nelle quali si è versato. 
Inizialmente, era esclusa la possibilità di maturare diritto alla pensione anticipata. Dal 1° gennaio 2017 è possibile , invece, utilizzare il cumulo anche per vedersi liquidare la pensione anticipata (41/42 anni e 10 mesi). Vi si può accedere anche se si è maturato diritto autonomo in una delle gestioni previdenziali. Non sono cumulabili i contributi versati ai Fondi integrativi (es. Enasarco), né si può utilizzare il cumulo se si è già titolari di una pensione diretta.

Fonte: PATRONATO ACLI  

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Anche i verbali relativi al grado di handicap (L. 104/92) possono avere indicata una data di revisione.
Dal 19 agosto 2014 tutti i verbali di invalidità civile e di handicap con indicata una data di revisione, non scadono ma mantengono validità fino alla definizione del nuovo verbale.
Spetta all’INPS convocare a visita di revisione e non al disabile, come avveniva in passato.
È diritto del disabile e/o dei suoi familiari continuare a fruire dei permessi lavorativi già autorizzati sulla base del verbale soggetto a revisione.
Se già il verbale a mani del disabile non riporta la precisazione che il verbale mantiene validità fino all’effettuazione della visita di revisione, il disabile può chiedere all’INPS il rilascio di apposita attestazione da consegnare al datore di lavoro.
La visita di revisione si può concludere con una conferma del precedente stato di gravità o con una revoca.
Se la Commissione conferma lo stato di gravità, l’INPS

a) Invia al lavoratore disabile che fruisce per sè stesso e al suo datore di lavoro la comunicazione dell’avvenuta conferma. Il disabile non deve rifare alcuna domanda per fruire dei permessi (salvo non cambi datore di lavoro o modalità di fruizione degli stessi, o tipologia di contratto)

b) Invia al disabile, al familiare che fruisce dei permessi e al datore di lavoro la comunicazione dell’avvenuta conferma. Il lavoratore non deve rifare alcuna domanda per fruire dei permessi (sempre che non cambi datore di lavoro, contratto, modalità di fruizione, ecc).

Se la Commissione non conferma lo stato di gravità, l’INPS invia al disabile, al familiare che fruisce dei permessi e al datore di lavoro, la comunicazione con la quale viene comunicata la cessazione degli effetti del vecchio provvedimento di autorizzazione ai permessi. La revoca dell’autorizzazione decorre dal giorno successivo alla data di definizione delnuovo verbale.
L’assenza alla visita di revisione del disabile grave, se non sufficientemente giustificata, comporta la perdita del diritto alla fruizione dei permessi dal giorno successivo alla data dell’assenza alla visita di revisione.
Il disabile assente alla visita per motivazioni di carattere sanitario o amministrativo giustificate e valutate adeguate ha diritto ad ottenere una seconda convocazione. L’esito darà conferma dello stato di gravità e quindi prosecuzione del diritto alla fruizione dei permessi oppure revoca della gravità e quindi cessazione del diritto alla fruizione dei permessi dal giorno successivo all’accertamento.
L’eventuale ulteriore assenza a visita di revisione comporta la perdita del diritto ai permessi sin dalla data di assenza alla prima convocazione.

Fonte: PATRONATO ACLI

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La pensione ai superstiti è una prestazione previdenziale il cui fine è quello di contenere il disagio economico che si crea in una famiglia con la scomparsa di un suo componente titolare di reddito.
Per l’orfano maggiorenne e studente, universitario o di scuola superiore, il diritto alla pensione trova ragione nella giustificata difficoltà a procurarsi un reddito dovuta agli impegni di studio.
Per il legislatore l’orfano “perde” la qualifica di studente e con essa il diritto alla quota di pensione, indipendentemente dall’aver effettivamente smesso di studiare se svolge un’attività lavorativa protratta nel tempo ed adeguatamente remunerata.
La Corte Costituzionale ha precisato che redditi modesti, derivanti da lavori precari e saltuari non incidono sullo status di studente e quindi consentono all’orfano di mantenere la propria quota di pensione ai superstiti, cumulando le due entrate.
L’INPS, in assenza di un’espressa previsione legislativa, considera compatibile con la pensione ai superstiti lo svolgimento di una attività lavorativa che generi un reddito inferiore al trattamento minimo di pensione maggiorato del 30% (anno 2017: 501,89 * 13 + 30% = € 8.481,94), riparametrato al periodo di svolgimento dell’attività lavorativa. Il superamento di questa soglia, comporta la sospensione della prestazione.

Fonte: PATRONATO ACLI