martedì 24 ottobre 2017
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CAF ACLI

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Nell’ultima Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate, la 129/e/17, si evince che il coniuge superstite che a seguito del decesso dell’altro coniuge provveda alla voltura del mutuo ipotecario contratto ai fini della costruzione o ristrutturazione dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale, potrà usufruire in formula piena della detrazione applicata agli interessi passivi e ai relativi oneri accessori.
Sostanzialmente vi si espone il caso di un contribuente che a seguito della morte della moglie ha eseguito la voltura del finanziamento – stipulato originariamente a nome di lei – per la ristrutturazione dell’abitazione principale, abitazione di cui il marito era comunque co-titolare già insieme alla moglie deceduta. L’interpello del marito ruotava dunque intorno al dubbio se sia o meno possibile per un coniuge superstite, comunque co-titolare dell’abitazione principale, portarsi in detrazione, previo accollo, gli interessi relativi al mutuo – o a quote di esso – che in circostanze normali sarebbero stati detratti dal coniuge.
La risposta dell’amministrazione è stata positiva, ed ha chiarito l’aspetto parallelo dei mutui contratti per il semplice acquisto dell’abitazione. In sintesi vi sono due regolamenti – da una parte la detraibilità dei mutui sull’acquisto, dall’altra quella dei mutui sulla costruzione/ristrutturazione – vanno di pari passo, prevedendo in entrambi i casi l’ammissibilità di trasferire il beneficio fiscale al coniuge superstite che si accolli le quote precedentemente intestate al deceduto.
Nella suddetta risoluzione l’Agenzia ricostruisce sinteticamente la disciplina della detrazione sugli interessi passivi dei mutui ipotecari stipulati per la costruzione/ristrutturazione dell’abitazione principale, ricordando che tale sgravio è ammesso, nella misura del 19% su un ammontare complessivo non superiore a 2.582,28 euro, a condizione che:

  • l’unità immobiliare sia quella nella quale il contribuente (o i suoi familiari) intendono dimorare abitualmente;
  • l’immobile diventi abitazione principale entro sei mesi dal termine dei lavori;
  • il contratto di mutuo sia stipulato dal soggetto che avrà il possesso dell’unità immobiliare a titolo di proprietà o di altro diritto reale;
  • i lavori di costruzione siano ultimati entro il termine previsto dal titolo abilitativo, salvo possibilità di proroga;
  • il mutuo sia stipulato nei sei mesi antecedenti all’inizio dei lavori ovvero nei diciotto mesi successivi.

Un ruolo fondamentale in questi casi viene svolto dai regolamenti in materia edilizia, in particolare dalle abilitazioni locali. È infatti disposto che “per costruzione di unità immobiliare si intendono tutti gli interventi realizzati in conformità al provvedimento di abilitazione comunale che autorizzi una nuova costruzione”.
Per questo motivo, ricordano le Entrate, quando si parla specificatamente di detrazione applicata ai mutui di costruzione o ristrutturazione dell’immobile, è necessaria la presenza di un provvedimento di abilitazione comunale nel quale venga esplicitato che i lavori eseguiti rientrano nell’ambito normativo, cosa ovviamente non richiesta ai fini della detrazione sui semplici mutui di acquisto. Laddove invece mancasse il provvedimento, il contribuente sarebbe comunque tenuto a conservare un’analoga sottoscrizione firmata dal responsabile del competente ufficio comunale.
In conclusione, fatta l’ipotesi di due coniugi contitolari dell’abitazione principale, per il cui acquisto, o la cui ristrutturazione/costruzione, sia stato stipulato a suo tempo un mutuo ipotecario, e ipotizzando inoltre che il mutuo sia stato intestato al 50% fra entrambi i coniugi, se uno dei due venisse a mancare prima dell’estinzione del mutuo, sarà possibile per il coniuge rimasto in vita accollarsi l’altra quota intestata al deceduto e godere così, anche su quella, della detrazione applicata agli interessi passivi.

Fonte: CAF ACLI

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La dichiarazione dei redditi riportante i dati del sostituto d’imposta è da considerarsi validamente presentata anche se, di seguito alla presentazione del modello, il rapporto di lavoro sia cessato a causa del licenziamento o delle dimissioni del dichiarante. Molto spesso i contribuenti, dopo aver chiuso il rapporto di lavoro con una certa azienda, chiedono informazioni sul da farsi in caso di conguagli a credito o a debito risultanti dal 730 già presentato, sul quale, però, erano stati indicati i riferimenti del vecchio sostituto. Il caso classico è quello del dipendente che, successivamente all’inoltro della dichiarazione, si trovi a cambiare lavoro. Ipotizzando allora che dalla dichiarazione 730 risultasse un esito a debito, si porrà il problema di come pagare il debito residuo, non più trattenibile in busta paga dal vecchio datore di lavoro.
Il 730, di norma, permette di imboccare la corsia preferenziale del versamento o del rimborso direttamente in busta paga, senza che il contribuente faccia nulla, se non attendere il mese di luglio (agosto per i pensionati) nel quale il datore di lavoro gli tratterrà/rimborserà il debito/credito sullo stipendio; ma se la busta paga non c’è più, il problema allora si pone.
Vediamo dunque cosa succede nei due casi di debito o credito, qualora il dichiarante, al momento del conguaglio, non sia più provvisto del sostituto indicato in precedenza.
A rispondere è stata nel 2013 la Circolare 14/E dell’Agenzia delle Entrate secondo la quale “in caso di conguaglio a credito, il sostituto d’imposta è tenuto ad operare i rimborsi spettanti ai dipendenti cessati (…) o privi di retribuzione, mediante una corrispondente riduzione delle ritenute relative ai compensi corrisposti agli altri dipendenti con le modalità e nei tempi ordinariamente previsti”. Se dunque, in un momento successivo alla consegna del 730, il contribuente cessa il proprio rapporto di lavoro, per un licenziamento o per dimissioni, a prescindere da quale sia la sua condizione nell’ immediato (potrebbe essere infatti essere occupato in una nuova azienda o rimanere disoccupato), è comunque alla vecchia azienda, cioè all’ ex sostituto d’imposta, che spetterà l’onere dei rimborsi fiscali, e tali rimborsi avverranno con la conseguente riduzione delle ritenute sui compensi degli altri dipendenti. Qualora però il conguaglio a credito non dovesse essere effettuato, il contribuente, seppur con tempi più rallentati, avrebbe comunque la possibilità di recuperare quel credito presentando la dichiarazione dei redditi l’anno successivo.
Viceversa in caso di debito, il sostituto d’imposta, non avendo la possibilità materiale di effettuare il conguaglio (non c’è infatti la busta paga da cui trattenere l’importo), “comunica tempestivamente agli interessati gli importi risultanti dalla dichiarazione, che gli stessi devono versare direttamente (tramite F24, ndr). In alternativa, i contribuenti che si trovano nella posizione di momentanea assenza di retribuzione possono scegliere di richiedere la trattenuta della somma a debito, con l’applicazione dell’interesse dello 0,40 per cento mensile, se il sostituto deve loro erogare emolumenti entro l’anno d’imposta”.

Fonte: CAF ACLI

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Il familiare convivente che paga la ristrutturazione eseguita su un immobile di proprietà di un congiunto può sì applicare la detrazione del 50% (valida salvo proroghe per le spese sostenute sino al 31-12-2017), a condizione però che l’immobile sia l’abitazione ove il familiare convive con il congiunto o comunque un altro immobile a disposizione, cioè vuoto. Oltretutto, per far sì che la detrazione resti valida nell’arco di tutto il decennio successivo, attraverso il consueto piano rateale di dieci quote di pari importo, non è necessario che la situazione di convivenza permanga nei 10 anni, ma che sia riscontrabile relativamente al solo periodo dei lavori fino al pagamento degli stessi.
La risposta che l’Agenzia delle Entrate ha fornito tempo fa su un interpello presentato in materia, potrebbe lasciar intendere un’interpretazione più restrittiva che inclusiva. Com’è noto, fra i beneficiari delle detrazioni al 50-65% sui lavori edili o finalizzati al risparmio energetico, rientrano anche i cosiddetti “familiari conviventi”, cioè coloro che convivono col possessore/detentore dell’immobile, e che, se sostengono le spese d’intervento, possono “subentrare” nel diritto di godimento del beneficio stesso. La regola dei familiari conviventi (intesi come il coniuge e i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado) suscita spesso delle incomprensioni. Vi è ad esempio la percezione comune che la parola “convivente” limiti l’applicazione del beneficio alle sole spese relative all’immobile dove in effetti la convivenza sussiste in senso fisico. In realtà non è così, ed è appunto su quest’aspetto che l’impostazione del bonus è più permissiva di quanto sembri.
I requisiti documentali affinché il familiare convivente applichi la detrazione sono esattamente gli stessi che verrebbero esaminati se fosse il possessore o detentore a richiederla, e cioè le fatture intestate della ditta e i bonifici di versamento correttamente compilati. Qualora poi fossero stati richiesti dei permessi speciali in Comune e tali permessi fossero intestati al possessore/detentore, ciò non ostacolerebbe la successiva applicazione del beneficio a favore del familiare convivente. Ad ogni modo dovrebbe comunque risultare la convivenza col possessore tramite il certificato di residenza.
Detto ciò, la ragione per cui l’impostazione di fondo del beneficio può dirsi permissiva, sta nel fatto che, come riporta la Risoluzione n. 184/E del 12 giugno 2002, “non è necessario che l’abitazione nella quale convivono familiare ed intestatario dell’immobile costituisca per entrambi l’abitazione principale, mentre è necessario che i lavori stessi siano effettuati su una delle abitazioni nelle quali si esplica il rapporto di convivenza”. La chiave è proprio questa. Le parole su cui bisogna concentrarsi, sono quelle che indicano la necessità che i lavori “siano effettuati su una delle abitazioni nelle quali si esplica il rapporto di convivenza”.
Questo significa appunto che l’immobile oggetto degli interventi non dev’essere necessariamente l’abitazione ove di fatto convivono il possessore e il familiare beneficiario del bonus, ma qualunque altro immobile ove la convivenza potrebbe idealmente sussistere. Volendo fare un esempio banale: se fosse il marito ad accollarsi le spese per la ristrutturazione della casa al mare posseduta al 100% dalla moglie, la detrazione gli sarebbe comunque riconosciuta, essendo appunto la casa al mare un immobile dove il rapporto di convivenza potrebbe eventualmente esplicarsi, a prescindere dal fatto che venga utilizzata soltanto per pochi mesi all’anno (e comunque la sostanza non cambierebbe anche se la casa non fosse mai utilizzata).
Dov’è, invece, che l’impostazione delle Entrate diventa restrittiva? Ripartiamo da un altro esempio: ipotizziamo una situazione quasi analoga alla precedente, cioè il marito che paga la ristrutturazione eseguita su un immobile posseduto dalla moglie, dove però abita il suocero, padre della moglie. In tal caso la detrazione non potrà essergli accordata dal momento che “l’immobile oggetto dei lavori è abitato da un familiare diverso da quello con cui sussiste il rapporto di convivenza”. In pratica, il fatto che a occupare l’immobile sia un terzo familiare, cioè un soggetto diverso dal possessore e dal suo convivente, fa da impedimento al normale applicarsi della detrazione. L’impostazione restrittiva si evince dunque dal presupposto secondo cui l’utilizzo da parte di terzi dell’immobile ristrutturato renda impossibile la convivenza – nello stesso immobile – tra il familiare e il possessore.

Fonte: CAF ACLI

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Il modello RLI si rifà il look. È possibile infatti, a partire dallo scorso 19 settembre, utilizzare (obbligatoriamente) il nuovo modello, approvato e pubblicato con le relative istruzione con Provvedimento del 15 giugno 2017 n. 112605, per la richiesta di registrazione dei contratti di locazione e affitto di immobili e adempimenti successivi. Il vecchio modello è stato dunque utilizzabile fino al 18 settembre 2017. Tra l’altro il 5 ottobre l’Agenzia delle Entrate ha aggiornato i software di compilazione e controllo, aumentando i dati richiesti ai contribuenti.
In buona sostanza col modello RLI, oltre che richiedere la registrazione dei contratti di locazione di beni immobili ed eventuali proroghe, cessioni, subentro e risoluzioni (con il calcolo delle relative imposte e di eventuali interessi e sanzioni), nonché l’esercizio dell’opzione/revoca della cedolare secca, è possibile.

  • Comunicare i dei dati catastali;
  • Registrare i contratti di affitto dei terreni e degli annessi “titoli PAC”;
  • Denunciare i contratti di locazione non registrati e i contratti di locazione con canone superiore a quello registrato o i comodati fittizi;
  • registrare i contratti di locazione con previsione di canoni differenti per le diverse annualità;
  • registrare i contratti di locazione a tempo indeterminato;
  • effettuare il ravvedimento operoso;
  • gestire la comunicazione della risoluzione o della proroga tardiva in caso di cedolare secca;
  • registrare i contratti di locazione di pertinenze concesse con atto separato rispetto all’immobile principale.

Il modello, oltre che dal frontespizio contenente l’informativa sul trattamento dei dati personali, è composto da:

  • quadro A, “Dati generali”, nel quale sono contenuti i dati utili alla registrazione del contratto (quali la tipologia del contratto, la data di stipula e la durata della locazione), la sezione dedicata agli adempimenti successivi (tra i quali proroga, cessione, subentro e risoluzione), i dati del richiedente la registrazione e la sezione riservata alla presentazione in via telematica;
  • quadro B: “Soggetti”, in cui sono indicati i dati dei locatori e dei conduttori;
  • quadro C: “Dati degli immobili”, riguardante i dati degli immobili principali e delle relative pertinenze;
  • quadro D: “Locazione ad uso abitativo e opzione/revoca cedolare secca”, contenente le informazioni relative al regime della cedolare secca;
  • quadro E: “Locazione con canoni differenti per una o più annualità”, in cui possono essere indicati i diversi canoni di locazione pattuiti nel contratto per le successive annualità.

In caso di richiesta di registrazione, il modello può essere presentato in via telematica in forma semplificata senza l’allegazione della copia del testo contrattuale in presenza delle seguenti caratteristiche:

  • un numero di locatori e di conduttori, rispettivamente, non superiore a tre;
  • una sola unità abitativa ed un numero di pertinenze non superiore a tre;
  • tutti gli immobili devono essere censiti con attribuzione di rendita;
  • il contratto contiene esclusivamente la disciplina del rapporto di locazione e, pertanto, non comprende ulteriori pattuizioni;
  • il contratto è stipulato tra persone fisiche che non agiscono nell’esercizio di un’impresa, arte o professione.

Fonte: CAF ACLI

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Il dubbio purtroppo, in situazioni spiacevoli come la perdita di un familiare, si fa largo puntualmente nella stragrande maggioranza dei casi, a meno che il defunto non fosse nullatenente o avesse percepito redditi pari a zero. Non sempre infatti, anzi quasi mai, si potrebbe mettere la mano sul fuoco sul fatto che per il soggetto deceduto ricorrano le condizioni di esonero ai fini dichiarativi. Quindi la cosa più logica da fare è quella di chiedere aiuto a un CAF o a un intermediario abilitato (se ce n’è il bisogno si può anche ricorrere al nuovo servizio di elaborazione online di CAF ACLI).
Nel caso dunque dei soggetti deceduti per cui non ricorrano le condizioni di esonero dichiarativo, dovrà essere per forza uno degli eredi a presentare il Modello Redditi (ex Unico) per conto del familiare defunto, ovviamente in riferimento all’arco di tempo intercorso tra l’inizio del periodo d’imposta e la data del decesso. Sul modello, quindi, oltre a indicare il codice fiscale e gli altri dati personali del de cuius, bisognerà compilare l’apposito riquadro riservato a chi presenta la dichiarazione per altri, indicando il codice carica “7” (che sta appunto per “Erede”) e trascrivendo la data del decesso nel campo “data carica”.
Orientativamente, più la data del decesso è successiva all’inizio dell’anno e più la possibilità di dover dichiarare in qualità di eredi aumenta. In ogni caso tutto dipende dal conguaglio effettuato o meno dal sostituto d’imposta sulla busta paga/pensione. Dev’essere chiaro, però, che per i soggetti deceduti l’unico modello utilizzabile è il Redditi. Il 730, quindi, va escluso a priori, ivi compreso quello “senza sostituto”, che pure spesse volte tende a confondere le acque, specialmente quando il deceduto, qualora fosse rimasto in vita, avrebbe potuto dichiarare col 730. 
Quanto alla scadenza da parte degli eredi, questa varia a seconda della data di decesso e della modalità di presentazione. Considerando la modalità telematica (in via autonoma o tramite intermediario) non va dimenticata la proroga al 31 ottobre 2017 per tutti i modelli Redditi. In effetti, per i soggetti deceduti nel 2016, o tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2017, il regolamento dispone l’invio della dichiarazione entro il termine ordinario del 30 settembre che quest’anno sarebbe slittato al 2 ottobre perché il 30 è caduto di sabato. Quindi, visto che il termine per gli eredi è comunque quello ordinario, e visto che il termine ordinario è stato prorogato al 31 ottobre 2017, automaticamente anche per gli eredi la data da segnare in rosso sul calendario è quella del 31/10.
Un’altra ragione per cui potrebbero sussistere le condizioni per fare la dichiarazione è l’eventuale presenza, da annualità precedenti, di crediti:

  • non richiesti a rimborso;
  • non utilizzati in compensazione;
  • mai rimborsati dal sostituto d’imposta.

In ogni caso tali crediti non potranno mai essere trasferiti dall’erede dichiarante nella sua dichiarazione dei redditi, ma potranno/dovranno essere solo rimborsati. Quindi, nel caso di un credito Irpef mai utilizzato e mai chiesto a rimborso, emerso da un Modello 730/2016 o da un Unico PF/2016, l’erede, per vederselo rimborsare, dovrà indicare tale importo al rigo RN36, colonna 2, del Modello Redditi PF/2017, come “eccedenza d’imposta risultante dalla precedente dichiarazione”.

Fonte: CAF ACLI

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L’Agenzia delle Entrate con la Circolare 3/E del marzo 2016, ha fornito alcune delucidazioni su aspetti relativi alla detraibilità delle spese. Uno di questi è la possibilità o meno di godere del bonus mobili a seguito della sostituzione della caldaia.
La questione era stata già affrontata in una Circolare precedente (la 11/E del 2014), che spiegava che quando sussiste l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia, l’intervento viene “a tutti gli effetti assimilato a manutenzione straordinaria” e di conseguenza è suscettibile di bonus mobili, mentre per altri interventi di risparmio energetico debbono sussistere le condizioni oggettive di manutenzione straordinaria.
Secondo l’Agenzia delle Entrate assodato “che gli interventi che utilizzano fonti rinnovabili di energia sono riconducibili alla manutenzione straordinaria per espressa previsione normativa”, mentre “negli altri casi dovrà esserne valutata la riconducibilità alla manutenzione straordinaria”, è utile rammentare che cosa dice il Testo Unico dell’Edilizia (Dpr 380/2001) a proposito della manutenzione straordinaria, nella quale sono ricomprese anche “le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici e per realizzare ed integrare i servizi igienico/sanitari e tecnologici, sempre che non vadano a modificare la volumetria complessiva degli edifici e non comportino mutamenti delle destinazioni d’uso”.
Nella definizione si fa dunque riferimento a opere finalizzate alla realizzazione di servizi tecnologici, tra i quali è ovvio trovare anche la sostituzione delle caldaie, per cui “la sostituzione della caldaia, in quanto intervento diretto a sostituire una componente essenziale dell’impianto di riscaldamento e come tale qualificabile intervento di manutenzione straordinaria, consente l’accesso al bonus arredi, in presenza di risparmi energetici conseguiti rispetto alla situazione preesistente”.

Fonte: CAF ACLI

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Anche per coloro che hanno compiuto la maggiore età nel 2017, è stato attivato il bonus da 500 euro che il Governo Renzi ha confezionato (senza nessuna soglia di accesso Isee) per i ragazzi che tagliano il traguardo dei 18 anni. Si tratta di 500 euro di credito elettronico da spendere entro il 31 dicembre 2018 fra cinema, teatri, libri, mostre, musei, eventi, siti archeologici, concerti dal vivo, spettacoli di danza e quant’altro. Un modo, quindi, per far “assaporare” ai giovani il sapore della “cultura”.
Per poter usufruire dei 500 euro, serve prima registrarsi a SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale con cui i cittadini e le imprese possono accedere a tutti i servizi online delle pubbliche amministrazioni.
La registrazione permetterà dunque ai ragazzi di visualizzare l’offerta culturale messa a loro disposizione, scegliendo di volta in volta gli eventi ai quali partecipare. Quest’anno l’offerta si è arricchita con la possibilità di acquistare anche musica registrata o di iscriversi a corsi di musica/teatro/lingua, tutte cose non ammesse nel 2016. La possibilità di registrarsi è già attiva dallo scorso 19 settembre tramite uno dei provider abilitati, ma in ogni caso chi non lo avesse ancora fatto avrà tempo in abbondanza fino al 31 giugno 2018.
Dopo la registrazione, basterà entrare nel sito dedicato www.18app.it e inserire i dati personali con cui ci si è registrati: nella sua pagina riservata il 18enne troverà pronti i suoi 500 euro e le diverse opzioni per spenderli. Bisogna tener presente, però che ogni acquisto è nominale, quindi può essere effettuato solo per una singola persona. Il 18enne, quindi, potrà utilizzare quel credito solo ed esclusivamente per lui, non potendo “staccare” secondi o terzi biglietti per lo stesso evento.

Fonte: CAF ACLI

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Quest’anno la  scadenza del Modello Redditi (ex Modello Unico), è stata prorogata al 31 ottobre per effetto del DPCM dello scorso 26 luglio. Entro quella data, quindi:

  • chi ha percepito redditi d’impresa, anche in forma di partecipazione
  • chi ha percepito redditi di lavoro autonomo per i quali è richiesta la partita IVA
  • chi ha percepito redditi “diversi” non compresi tra quelli indicati nel quadro D, righi D4 e D5 del 730
  • chi ha percepito plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni qualificate o derivanti dalla cessione di partecipazioni non qualificate in società
  • chi ha percepito redditi provenienti da “trust”, in qualità di beneficiario
  • chi deve presentare anche una delle seguenti dichiarazioni: IVA, IRAP, Mod. 770 ordinario e semplificato (sostituti d’imposta)
  • chi deve presentare la dichiarazione per conto di contribuenti deceduti …

dovrà inviare il proprio modello (per via telematica) usufruendo dei servizi Entratel e Fisconline accessibili tramite il sito dell’Agenzia delle Entrate, oppure affidandosi agli uffici di un qualunque intermediario abilitato.

Non solo le suddette categorie di contribuenti sono chiamate alla spedizione del modello, ma, eventualmente, anche:

  • i lavoratori dipendenti che hanno cambiato datore di lavoro e sono in possesso di più certificazioni di lavoro dipendente o assimilati;
  • i lavoratori dipendenti che hanno percepito direttamente dall’INPS o da altri Enti indennità e somme a titolo di integrazione salariale o ad altro titolo, se erroneamente non sono state effettuate le ritenute o se non ricorrono le condizioni di esonero;
  • i lavoratori dipendenti che hanno percepito retribuzioni e/o redditi da privati non obbligati per legge ad effettuare ritenute d’acconto (per esempio collaboratori familiari, autisti e altri addetti alla casa);
  • i lavoratori dipendenti il cui sostituto d’imposta non ha trattenuto il contributo di solidarietà (art. 2 comma 2 D.L. n. 138/2011);
  • i contribuenti che hanno conseguito redditi sui quali l’imposta si applica separatamente (ad esclusione di quelli che non devono essere indicati nella dichiarazione – come le indennità di fine rapporto ed equipollenti, gli emolumenti arretrati, le indennità per la cessazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche se percepiti in qualità di eredi – quando sono erogati da soggetti che hanno l’obbligo di effettuare le ritenute alla fonte);
  • i lavoratori dipendenti e/o percettori di redditi a questi assimilati ai quali non sono state trattenute o non lo sono state nella misura dovuta le addizionali comunale e regionale all’IRPEF. In tal caso l’obbligo sussiste solo se l’importo dovuto per ciascuna addizionale supera euro 10,33;
  • i contribuenti che hanno conseguito plusvalenze e redditi di capitale da assoggettare ad imposta sostitutiva da indicare nei quadri RT e RM.

Nel caso dei contribuenti non abilitati ai servizi telematici, che dunque si affidano a commercialisti o CAF, l’intermediario competente è tenuto a rilasciare l’impegno a presentare – appunto per via telematica – i dati in essa contenuti. Per finire, l’intermediario stesso sarà tenuto, entro 30 giorni dal termine previsto per la presentazione della dichiarazione, a rilasciare, unitamente all’originale del modello, una copia della comunicazione dell’Agenzia delle Entrate che ne attesta l’avvenuto ricevimento. Tale comunicazione diverrà quindi per il contribuente la prova dell’avvenuta consegna del modello. Potrebbe però capitare che una volta inviata la dichiarazione, il sistema dell’Agenzia la scarti per la presenza di dati non corretti o non richiesti, oppure perché trasmessa più volte. In casi del genere le Entrate notificheranno lo scarto all’intermediario abilitato, con la possibilità di inviare nuovamente il modello in modo corretto entro cinque giorni dalla notifica.
La scadenza ordinaria prorogata al 31 ottobre chiama infatti a raccolta anche quei contribuenti che hanno sì presentato il 730, ma che solo dopo si sono accorti di aver commesso degli errori a proprio favore, la cui rettifica comporti un minor credito o un maggior debito. L’errore a favore, in sostanza, si verifica quando nel 730 è stato dichiarato un reddito inferiore al reale, o magari quando si sono richieste detrazioni inesistenti o in misura maggiore rispetto al dovuto. In questi casi, quindi, l’unica soluzione per poter sanare la propria posizione non è quella del 730 integrativo, ma appunto la consegna di un Redditi correttivo nei termini. Va considerato, per altro, che ai fini del ravvedimento operoso la medesima scadenza spostata dal 2 al 31 ottobre riguardi automaticamente anche il termine per l’invio dei Redditi integrativi volti a sanare le violazioni commesse nelle dichiarazioni del 2016 sui redditi 2015, dal momento appunto che il termine delle dichiarazioni integrative per sanare i modelli dell’anno precedente coincide col termine ordinario delle dichiarazioni dell’anno in corso.

 

Fonte: CAF ACLI

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L’eventuale errore commesso dal contribuente a proprio sfavore nel 730 precompilato, lo si può correggere nel 730 integrativo, la cui consegna presso un intermediario abilitato (CAF o professionista) scade il 25 ottobre.

Se il contribuente riscontra nella dichiarazione già presentata errori od omissioni la cui correzione comporta un maggior rimborso, un minor debito o un’imposta pari a quella determinata con il mod. 730 originario, può comunque presentare una dichiarazione integrativa. Il nuovo modello 730, sul quale andrà indicato il codice “1” nell’apposita casella “730 integrativo”, dovrà essere presentato al CAF entro la data del 25 ottobre 2017, anche se l’assistenza è stata originariamente prestata dal sostituto d’imposta. Qualora il contribuente consegnasse la dichiarazione integrativa presso lo stesso CAF a cui ha consegnato il modello originario, dovrebbe esibire solo la documentazione relativa all’integrazione da effettuare. Se invece l’assistenza  è stata prestata dal sostituto d’imposta o da qualche altro CAF/intermediario abilitato, il contribuente dovrà nuovamente esibire tutta la documentazione. Va infine ricordato che la presentazione di una dichiarazione integrativa non sospende le procedure avviate con la consegna del primo 730, e di conseguenza non fa venir meno l’obbligo per il sostituto d’imposta di effettuare i rimborsi spettanti o trattenere le somme dovute in base al 730 originario;

  • se invece, per incompletezza o incongruenza dei dati indicati nel frontespizio della dichiarazione originaria, il sostituto non è stato correttamente identificato, nell’apposita casella del modello integrativo deve essere indicato il codice 2 e la dichiarazione va integrata limitatamente al riquadro relativo ai dati del sostituto d’imposta che deve effettuare il conguaglio, mentre i rimanenti dati devono essere i medesimi della dichiarazione originaria. Pertanto, al fine di consentire l’effettuazione dei conguagli a partire dalle retribuzioni di competenza del mese di luglio, il medesimo soggetto che ha prestato l’assistenza per la presentazione del Modello 730 originario dovrà apportare tempestivamente la modifica necessaria;
  • se infine l’integrazione riguarda errori od omissioni la cui correzione comporta un maggior rimborso, un minor debito o non influisce sulla determinazione dell’imposta scaturita dalla dichiarazione originaria e il risultato contabile del modello 730 originario non è mai pervenuto al sostituto d’imposta per inesattezze nei dati indicati nel frontespizio relativamente al sostituto che deve effettuare il conguaglio, nella casella “730 integrativo” deve essere indicato il codice In tale ipotesi la modifica deve essere apportata dallo stesso soggetto che ha prestato assistenza per la presentazione della dichiarazione originaria e la dichiarazione integrativa può essere presentata entro il 25 ottobre. Il sostituto d’imposta effettua il conguaglio sulla retribuzione erogata nel mese di dicembre, sulle eventuali somme a debito deve essere applicato l’interesse dello 0,40 mensile a partire dal mese di agosto. Per i dipendenti che percepiscono nel mese di agosto le retribuzioni di competenza del mese di luglio e per i pensionati deve essere applicato l’interesse dello 0.40 mensile a partire dal mese di settembre.

Resta da vedere la casistica dei contribuenti che commettono errori a proprio favore, tali da comportare un maggior credito o un minor debito. In questi casi anziché il 730 integrativo va fatto il Modello Redditi (ex Unico) Persone fisiche. Vi sono due opzioni: o fare il Modello Redditi entro il 30 settembre 2017, termine quest’anno prorogato al 31 ottobre 2017 (cioè il correttivo nei termini), oppure fare un Modello Redditi integrativo a sfavore entro il termine dell’accertamento previsto dalla norma, vale a dire entro il quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione errata, pagando quindi il tributo spettante, più gli interessi calcolati al tasso legale con maturazione giornaliera e le sanzioni in misura ridotta previste in materia di ravvedimento operoso.

 

FONTE: CAF ACLI

 

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In merito all’assistenza dei soggetti non-autosufficienti, le istruzioni del 730 e le indicazioni di prassi dell’Agenzia delle Entrate sostengono che “deve derivare da una patologia e deve risultare da certificazione medica”, senza dare ulteriori precisazioni; quindi è da ritenersi che anche una certificazione del medico di famiglia possa essere sufficiente ai fini della detrazione sulle spese di assistenza.

 

FONTE: ACLI