martedì 23 gennaio 2018
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CAF ACLI

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Proroga sì, ma col freno. Il Bonus bebè resta, ma non nella formula strutturale che tutti si aspettavano. L’ultima Legge di Bilancio, in effetti, ne ha sì prolungato la validità, ma limitatamente al solo 2018, quindi – per intenderci – per le sole nuove nascite o adozioni avvenute tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2018. A parte questo non vi è nulla di nuovo da registrare. Nulla in tutti i sensi: anzitutto il bonus, in questa sua nuova versione, viene di fatto depotenziato, perché passa dalla sua originaria formula triennale, restata in vigore fino allo scorso 31 dicembre, a una ben più “austera” formula annuale.

In pratica, se per i nati o adottati fra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, era stata disposta un’erogazione dell’assegno di natalità – previo requisito Isee – di durata triennale (il primo anno + i due successivi), diversamente, per i nati/adottati del 2018 l’Inps erogherà l’assegno soltanto nell’arco delle 12 mensilità successive al verificarsi dell’evento. Non solo. A parte questa “regressione” temporale, non è neanche detto che il beneficio venga rinnovato nel 2019. Quindi, in parole povere, le famiglie che di qui in avanti esporranno fiochi rosa o celesti alla porta di casa, non potranno far altro che navigare a vista. Dal prossimo anno l’erogazione dell’assegno potrebbe essere prorogata, come anche abrogata in via definitiva. Vedremo.

Nel frattempo possiamo ripassare le regole per beneficiare del bonus, visto che non sono cambiate. L’assegno (che non costituisce un reddito fiscalmente imponibile) viene concesso ai nuclei con reddito Isee non superiore ai 25.000 euro annui, per i bimbi nati o adottati nel 2018. Quantificando, l’assegno ammonta (per ciascun figlio) a 80 euro al mese per 12 mesi, quindi complessivamente a 960 euro a partire dalla nascita o dall’adozione del figlio.

Come fare domanda? Nella Circolare n. 93/2015 l’Inps indicava le modalità con cui inoltrarla, vale a dire:

  • via WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN dispositivo attraverso il portale dell’Istituto (www.inps.it – Servizi on line);
  • tramite Contact Center Integrato – numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o numero 06 164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante);
  • tramite Caf/Patronati, attraverso i servizi offerti dagli stessi (CAF ACLI è disponibile con tutte le sue sedi territoriali).

Da ricordare che la domanda va fatta entro 90 giorni dalla nascita o dall’adozione, altrimenti è considerata tardiva. Ovviamente l’erogazione dell’assegno partirà dal mese successivo a quello di inoltro della domanda, ma conterrà – se la domanda è stata effettivamente presentata entro il termine canonico dei 90 giorni – anche le mensilità arretrate a partire dalla nascita/adozione. Se invece la domanda verrà inoltrata tardivamente, cioè dopo lo scadere dei 90 giorni, l’erogazione partirà lo stesso, ma solo a decorrere dalla data di presentazione della domanda (se ad esempio un bimbo nasce a gennaio, ma i genitori inoltrano la domanda ad aprile, l’assegno verrà erogato solo per 9 mensilità cioè da aprile a dicembre).

 

FONTE: CAF ACLI

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Da quest’anno il bonus renziano da 80 euro, che la Finanziaria di tre anni fa rese strutturale, cioè duraturo nel tempo, avrà margini di manovra un po’ più ampi. L’ultima Legge di Bilancio ha infatti innalzato a 24.600 euro (rispetto ai vecchi 24.000) la soglia di reddito entro la quale sarà possibile godere degli 80 euro pieni, avanzando di conseguenza a 26.600 euro (rispetto ai precedenti 26.000) il “confine” di applicazione complessiva del beneficio che, scavallati i 24.600 euro, non verrà azzerato ma andrà appunto decrescendo gradualmente fino alla soglia dei 26.600 euro. Aumentano insomma i destinatari che potranno contare su una busta paga un po’ più sostanziosa a fine mese. Questi vanno in primis individuati tra i lavoratori dipendenti o tra i soggetti che durante l’anno percepiscono redditi assimilati al lavoro dipendente. Ne sono quindi esclusi i redditi da pensione.

Ripercorriamo allora gli aspetti salienti del beneficio. Come si ricorderà è stato introdotto col Decreto legge n. 66 del 24 aprile 2014 (articolo 1), in materia di “Riduzione del cuneo fiscale per lavoratori dipendenti e assimilati”, con la finalità – spiegava l’Agenzia delle Entrate nella Circolare 8/E 2014 –, “di ridurre nell’immediato la pressione fiscale e contributiva sul lavoro”, riconoscendo “un credito ai titolari di reddito di lavoro dipendente e di taluni redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, la cui imposta lorda sia di ammontare superiore alle detrazioni da lavoro loro spettanti”.

Nella sostanza il bonus corrisponde a un innalzamento della detrazione sul lavoro dipendente, e nel concreto si traduce in questo credito da 80 euro al mese, che però può decrescere a seconda del reddito conseguito annualmente. Fra l’altro il meccanismo prevede che l’erogazione sia parametrata al periodo di lavoro effettivo, ovverosia per godere degli 80 euro pieni, non basta che la propria soglia di reddito rispetti i requisiti summenzionati, ma che il rapporto di lavoro perduri per tutti e 12 i mesi. In pratica, portando a casa un reddito pari a 20.000 euro, quindi perfettamente compreso entro i 24.600 euro, ma avendo lavorato soltanto per sei mesi, il bonus subirà comunque un abbassamento rispetto ai canonici 80 euro.

Nel concreto, quindi: fino agli 8.000 euro annui, ovvero entro la soglia di esenzione fiscale dove non è prevista imposizione, il bonus è inapplicabile. Non potrebbe essere altrimenti, essendo il bonus una maggiorazione di detrazione. E le detrazioni, appunto, sussistono quando c’è un’imposta. Per coloro, invece, che si attestano fra gli 8.001 e i 24.600 euro annui, e che hanno un rapporto di lavoro non inferiore a 12 mesi, il bonus viene applicato nella sua formula piena, vale a dire 960 euro complessivi suddivisi in 12 tranches mensili da 80 euro l’una. Dopodiché c’è la terza fascia compresa tra i 24.601 e i 26.600 euro annui, entro la quale il bonus viene sì applicato, ma, come accennavamo, in misura decrescente fino al totale azzeramento sulla soglia dei 26.601 euro.

FONTE: CAF ACLI

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Fino al 29 gennaio, per effetto della proroga dei termini dichiarativi, resterà aperta la possibilità di consegnare telematicamente (anche avvalendosi delle sedi territoriali CAF ACLI o del servizio Il730Online) un Modello Redditi tardivo 2017 per tutti i contribuenti che pur dovendo fare il 730 o il Modello Redditi relativamente all’anno d’imposta 2016 non l’hanno ancora presentato. La scadenza normale per i ritardatari sarebbe stata il 29 dicembre (data valida fino all’anno scorso), ovvero entro i 90 giorni successivi al 30 settembre, termine ordinario per la presentazione telematica del Modello Redditi.

Tra una dichiarazione tardiva e una omessa passa dunque una bella differenza. Per dichiarazione tardiva si intende appunto un modello presentato oltre la scadenza ordinaria, ma non più tardi di 90 giorni. Una dichiarazione omessa corrisponde invece a una dichiarazione presentata con un ritardo superiore ai 90 giorni dalla scadenza ordinaria oppure non presentata affatto.
Secondo quanto previsto dal D.Lgs. n. 471/1997, poi modificato dal D.Lgs. n. 158/2015, a partire dal 1° gennaio 2016 la sanzione applicabile per l’omessa presentazione della dichiarazione varia a seconda della presenza o meno di imposte dovute. Dunque:

  • nel caso in cui siano dovute imposte andrà dal 120 al 240 per cento delle stesse, partendo comunque da un minimo di 250 euro;
  • se invece non sono dovute imposte andrà da un minimo di 250 a un massimo di 1.000 euro.

L’amministrazione ha comunque un occhio di riguardo per quelle dichiarazioni che, pur restando omesse, vengono presentate entro la scadenza della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo (ad esempio un Redditi 2017 presentato dopo il 29 gennaio 2018 ma entro il 31 ottobre 2018). In tal caso la sanzione amministrativa varierà:

  • dal 60 al 120 per cento delle imposte dovute, partendo da un minimo di 200 euro;
  • oppure da un minimo di 150 a un massimo di 500 euro se non erano dovute imposte.

Le dichiarazioni 2017, invece, relative al periodo d’imposta 2016 e presentate fra il 1° novembre e il 29 gennaio 2018, saranno considerate tardive. Per forza di cose, l’invio tardivo della dichiarazione presuppone il ricorso all’istituto del ravvedimento operoso, essendo di per sé un’ammissione di colpa che il contribuente fa per non aver presentato entro i termini di legge la dichiarazione.
Anche in questo caso si distinguono due casistiche: imposta dovuta e imposta non dovuta. Quando l’imposta non è dovuta la sola sanzione resta quella fissa di 25 euro comminata per l’invio tardivo. Inoltre, in caso di imposta dovuta, vi è anche la sanzione determinata a seconda del ritardo del versamento, e cioè:

  • dallo 0,2 all’1,4 per cento entro 14 giorni (1/15 per ogni giorno di ritardo);
  • 1,5% entro 30 giorni (1/10 del 15%);
  • 1,67 entro 90 giorni (1/9 del 15%);
  • 3,75% entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta nel corso del quale è stato effettuato il versamento in ritardo (1/8 del 30%);
  • 4,2857% entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo a quello nel corso del quale è stato effettuato il versamento in ritardo (1/7 del 30%);
  • 5% oltre il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo a quello nel corso del quale è stato effettuato il versamento in ritardo (1/6 del 30%).

FONTE: CAF ACLI

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Lo chiameremo il bonus dal “pollice verde”. È la new entry della Manovra 2018, dove ricorre, come in altri casi, il vincolo ai fabbricati esistenti (abitazioni private o complessi condominiali). Parliamo in pratica di una detrazione che andrà ad agevolare nella misura del 36% delle spese documentate, e fino a un massimo di 5mila euro di spesa per ogni unità immobiliare, gli interventi di sistemazione “di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni”. Quindi in particolare terrazzi, balconi, giardini condominiali, ma anche giardini pensili e messa a dimora di piante e arbusti. Uno sconto inedito che il legislatore ha previsto, al momento, solo per il 2018, e analogamente alle detrazioni su ristrutturazioni, mobili e risparmio energetico, non verrà goduto in un’unica soluzione, cioè in un solo 730, ma sarà rateizzato in dieci anni con altrettante rate di pari importo.

Per vederci più chiaro occorrerà aspettare che l’Agenzia delle Entrate o il MEF facciano uscire delle indicazioni più specifiche. Per ora il bonus, descritto com’è in Legge di Bilancio, suona abbastanza vago anche perché, riporta FiscoOggi.it, il legislatore ha stabilito che “vengano applicate alcune (non tutte quindi, ndr) delle disposizioni specificamente previste per la detrazione delle spese relative agli interventi di recupero del patrimonio edilizio”. Fra queste disposizioni FiscoOggi.it annovera il dimezzamento della detrazione in caso di interventi su aree verdi annesse ad unità residenziali adibite promiscuamente all’esercizio dell’arte o della professione, oppure la trasferibilità delle quote residue di bonus in caso di sopraggiunta cessione dell’immobile.

Resta da verificare l’aspetto del familiare convivente, cioè, se analogamente ai classici bonus 50-65%, anche quello “verde” conterrà questa clausola di trasferibilità a vantaggio di quanti, pur non essendo titolari di immobili abitativi, potranno comunque goderne avendo effettuato determinate spese agevolabili, ed essendo per l’appunto familiari conviventi di soggetti titolari.

C’è insomma da attendersi che l’Agenzia delle Entrate faccia uscire un’apposita guida illustrativa come accade da anni, e coi dovuti aggiornamenti, per tutte le altre forme di bonus fiscali inerenti alle unità abitative. Avranno chiaramente diritto alla detrazione i medesimi contribuenti che possiedono o detengono l’immobile sul quale sono effettuati gli interventi e che hanno sostenuto le relative spese.

 

FONTE: CAF ACLI

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Via libera alle agevolazioni prima casa se si acquista un nuovo immobile e lo si accorpa a uno vecchio pre-posseduto. L’indicazione arriva dalla Risoluzione dell’AdE n. 154/E del 19 dicembre, ove si analizza un caso di fusione catastale fra immobili acquistati in momenti differenti. Conditio sine qua non per accedere ai benefici fiscali, è la natura non di lusso del fabbricato, nel caso specifico dei fabbricati, visto che il documento AdE affronta addirittura la situazione di un contribuente alle prese con tre immobili: precisamente un’abitazione ubicata al secondo piano di una palazzina, acquistata nel 1997 usufruendo dell’agevolazione prima casa, un’altra abitazione ubicata al terzo piano, acquistata nel 2015 senza fruire stavolta delle agevolazioni, e di una terza abitazione ancora da acquistare.

In linea generale i benefici prima casa vengono riconosciuti a condizione che:

  • l’immobile sia ubicato nel territorio del comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi dall’acquisto la propria residenza o, se diverso, in quello in cui l’acquirente svolge la propria attività;
  • ·nell’atto di acquisto l’acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l’immobile da acquistare;
  • ·nell’atto di acquisto, l’acquirente dichiari di non essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale, dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni.

Stando quindi ai suddetti requisiti, la situazione del contribuente che ha posto l’interpello sembrerebbe proibitiva per accogliere la richiesta dei benefici prima casa anche in relazione all’imminente terzo acquisto.

 

FONTE: CAF ACLI

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Torna il Canone ma non per tutti. Chi non è in possesso di un apparecchio televisivo può comunicarlo all’Agenzia delle Entrate fino al 31 gennaio 2018, utilizzando il modello di dichiarazione sostitutiva di non detenzione, disponibile online. Tuttavia, dal momento che la prima rata per l’anno 2018 scatta già a partire dal prossimo mese di gennaio, per evitare il primo addebito – e quindi di dover poi richiedere il rimborso – è preferibile presentare la dichiarazione sostitutiva in via telematica entro la fine di dicembre (o entro il 20 dicembre se viene presentata per posta in forma cartacea). Va specificato che la dichiarazione di non detenzione ha validità annuale, quindi va presentata ogni anno se ne ricorrono i presupposti. A nulla dunque varrebbe, per l’esenzione riferita al 2018, l’eventuale dichiarazione già presentata lo scorso anno in riferimento al solo 2017.

Anche per il 2018 è stata confermata la riduzione a 90 euro, ma le regole del “nuovo” abbonamento tv sono già in circolo da un paio d’anni. È stata infatti la Legge di Stabilità 2016 a introdurre la presunzione di detenzione dell’apparecchio tv nel caso in cui esista un’utenza elettrica nel luogo in cui una persona ha la propria residenza anagrafica, prevedendo inoltre che, per i titolari di una utenza elettrica di tipo residenziale, il pagamento del canone tv per uso privato avvenga mediante addebito sulla bolletta elettrica, in 10 rate mensili, da gennaio a ottobre di ogni anno.

Per superare questa presunzione ed evitare quindi l’addebito in fattura, i cittadini che non possiedono l’apparecchio televisivo devono presentare una dichiarazione sostitutiva all’Agenzia delle Entrate, con cui dichiarano che in nessuna delle abitazioni per le quali il dichiarante è titolare di un’utenza elettrica è detenuto un apparecchio tv. Il modello può essere utilizzato anche da un erede per dichiarare che nell’abitazione in cui l’utenza elettrica è ancora temporaneamente intestata a un soggetto deceduto, non è presente alcun apparecchio tv.

Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate www.agenziaentrate.gov.it e della Rai www.canone.rai.it.

 

FONTE: CAF ACLI

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Dici “ristrutturazione” e lo sconto su arredi/elettrodomestici è lì a due passi. Conviene rinnovare, dopo infissi e tubature, anche letti, armadi, frigo e lavatrici, approfittando della proroga disposta in Legge Di Bilancio che proietta fino al 31 dicembre 2018 sia la detrazione al 50% sui lavori edili, sia quella applicata all’acquisto dei mobili. La condizione, però, per assicurarsi lo sconto sugli acquisti effettuati nel 2018 è che i lavori abbiano avuto inizio dal 1° gennaio 2017 e che ovviamente abbiano riguardato lo stesso appartamento cui sono destinati i mobili/elettrodomestici. Va ricordato in ogni caso che fra i beni acquistati e la ristrutturazione non è necessario che sussista alcun vincolo sostanziale.

Per applicare il bonus mobili, è sì necessaria la presenza a monte di un intervento di ristrutturazione o manutenzione straordinaria, ma non è richiesta una “contiguità” logica fra l’intervento stesso e il nuovo mobile/elettrodomestico. L’unico “collegamento”, per così dire, deve sussistere tenendo conto dell’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente dell’immobile. In altri termini, l’acquisto di arredi ed elettrodomestici di classe A+/A (purché nuovi) è agevolabile anche se detti beni sono destinati all’arredo di un ambiente diverso da quello dove si sono svolti gli interventi.

Oltretutto, in deroga alla norma generale che obbliga al versamento con bonifico “parlante”, per le sole spese che riguardano mobili ed elettrodomestici si potrà anche pagare tramite carte di credito o di debito, a patto di conservare la relativa documentazione. Va inoltre precisato che tale soglia è riferita alla singola unità immobiliare e non al contribuente. Se quindi si posseggono due case soggette a ristrutturazione e per entrambe si è provveduto all’acquisto di nuovi mobili/elettrodomestici, per ciascuna di esse si applicherà il tetto dei 10mila euro. Un ultimo chiarimento lo facciamo sulle tempistiche di acquisto. L’Agenzia delle Entrate ritiene infatti ammissibile il sostenimento delle spese anche prima di quelle di ristrutturazione, a patto però che i lavori di ristrutturazione siano già stati avviati. In altri termini, la data di inizio lavori dev’essere per forza anteriore a quella in cui sono state sostenute le spese per l’acquisto dei mobili/elettrodomestici, ma non è necessario che le spese di ristrutturazione siano state sostenute prima di quelle per l’arredo.

 

FONTE: CAF ACLI 

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Il 1° gennaio sarà l’ultimo giorno utile per sanare, con la più bassa soglia sanzionatoria, l’omesso o parziale versamento del saldo Imu/Tasi 2017, scaduto il 18 dicembre. Come ogni anno le parole magiche sono sempre le stesse, “ravvedimento operoso”, vale a dire quell’istituto che permette ai contribuenti “sbadati” o ritardatari di aggiustare in corsa, spontaneamente, le imposte pagate male o non pagate affatto, a condizione, comunque, che la violazione non sia già stata rilevata e non siano già iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di accertamento da parte dell’Amministrazione (alcuni contribuenti, ad esempio, potrebbero aver pagato una somma più bassa del dovuto, che dunque andrà integrata con un secondo F24; altri invece per mancanza di liquidità, o per semplice dimenticanza, potrebbero aver “snobbato” l’appuntamento).

Il 1° gennaio, come accennavamo, andrà in scadenza il termine per il cosiddetto “ravvedimento sprint”, il primo in ordine cronologico, ossia il versamento totale o integrativo dell’imposta, più la sanzione dello 0,1% giornaliero (0,2% fino al 2015) e l’interesse annuo sempre dello 0,1% (0,5% fino al 2015), per coloro i quali saneranno la loro posizione entro il 14esimo giorno successivo alla scadenza ordinaria.

Dal 2 gennaio, invece, e fino al 17 gennaio 2017, si entrerà nello scaglione temporale del “ravvedimento breve” per i versamenti effettuati tra il 15° ed il 30° giorno successivo alla scadenza, con l’applicazione della sanzione dell’1,5% (3% fino al 2015) a prescindere dai giorni di ritardo (si paga cioè l’1,5% fisso, sia che il pagamento avvenga il 15esimo giorno sia che avvenga il 30esimo) oltre all’interesse al tasso legale che dal 2017 è pari allo 0,1%. Vi è poi, in ordine di tempo, la prima delle tre formule “inedite” di ravvedimento rispetto al passato, vale a dire quella “intermedia”, che consente di effettuare il pagamento tra il 31° e il 90° giorno successivo alla scadenza originaria con una sanzione pari all’1,67%.

Se invece il pagamento viene eseguito oltre i 90 giorni dalla scadenza, ma entro il termine di consegna della dichiarazione relativa all’anno nel quale è stata commessa la violazione (intesa in questo caso come la dichiarazione Imu/Tasi in scadenza il 30 giugno 2018 per l’anno 2017) ci si può avvalere del “ravvedimento lungo” con l’applicazione della sanzione al 3,75%.

 

FONTE: CAF ACLI

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Entro pochi giorni va chiuso il conto Imu-Tasi 2017. La scadenza del 18 dicembre chiama infatti a raduno i possessori di immobili diversi dalle abitazioni principali. A parte questo bisogna considerare altri due aspetti ugualmente importanti. Anzitutto le tempistiche di approvazione e pubblicazione delle delibere comunali, e poi il cosiddetto “blocco-aliquote” che impedisce sostanzialmente ai Comuni di maggiorare i livelli di prelievo rispetto al 2015. Vediamo allora una cosa per volta. Quel che è certo è l’esenzione dal versamento per il contribuente che possiede l’abitazione principale, quella, cioè, dove si risiede anagraficamente e si dimora abitualmente. In automatico tale esenzione è estesa anche agli inquilini titolari di contratti di affitto che abbiano spostato la residenza (e dimorino fisicamente) nell’immobile dove vivono in locazione.

I Comuni nel 2016, fatta eccezione per quelli in dissesto finanziario, non hanno potuto disporre ulteriori aumenti di aliquote rispetto al 2015, e tale vincolo è stato appunto mantenuto anche nel 2017. Importante notare, come fa il MEF nelle sue Faq, “che la sospensione dell’efficacia delle delibere degli enti locali che prevedono aumenti dei tributi operi soltanto con riferimento alla parte in cui sono disposti detti aumenti. Sono, invece, fatte salve le restanti parti che non comportano alcun incremento delle aliquote, ma rechino una diminuzione o una conferma delle stesse”.

Lo stesso principio vale per gli immobili sui quali nel 2015 non era stata prevista alcuna agevolazione specifica, mentre nel 2016 sono stati introdotti degli sconti ad hoc tutt’ora validi, come ad esempio è accaduto col taglio del 25% sull’Imu e la Tasi relative agli immobili locati a canone concordato.

In tutto questo però vanno anche considerate l’approvazione e la pubblicazione della delibera. Per approvazione, ovviamente, si intende quella del consiglio comunale, che doveva avvenire entro lo scorso 30 aprile. La pubblicazione, invece, è quella che dev’ essere effettuata ogni anno entro il 28 ottobre sul sito www.finanze.it, nell’area specifica della fiscalità locale, dove ogni Comune ha appunto una sua pagina interna sulla quale, anno per anno, vengono pubblicate le delibere.

FONTE: CAF

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Il Sismabonus sarà adesso applicabile anche agli IACP (Istituti Autonomi Case Popolari), alle cooperative di abitazione proprietà indivisa e agli enti aventi le loro stesse finalità sociali, purché aventi determinate caratteristiche: devono cioè essere istituiti in forma di società, corrispondere alla legislazione europea in materia di house providing ed essere operanti dal 31-12-2013.

Uno sconto diluito in cinque rate annuali che di base ammonta al 50% della spesa, calcolato su un massimale di 96.000 euro. Il beneficio, però, si eleva in due casi, ovvero cresce al 70% della spesa quando la realizzazione degli interventi produce una riduzione del pericolo sismico tale da far derivare il passaggio dell’edificio a una classe di rischio inferiore, oppure cresce all’80% se dall’intervento deriva il passaggio a due classi inferiori.

Anche l’acquisto di immobili demoliti e ricostruiti secondo criteri antisismici (con o senza ampliamenti) è passibile di detrazione. Un bonus che al massimo può arrivare all’85% del prezzo di vendita, tenendo comunque in considerazione la solita soglia massima di spesa pari a 96.000 euro. A introdurre questa versione “special” del Sismabonus, applicato appunto anche alle compravendite immobiliari.

un termine di paragone abbastanza diretto lo si trova nell’acquisto detraibile di abitazioni facenti parte di complessi edilizi interamente ristrutturati, la cui cessione venga ultimata dalla medesima ditta autrice dei lavori. In quel caso la detrazione viene calcolata nella misura del 50% a partire dal 25% del prezzo di acquisto dell’unità immobiliare. Viceversa, per il Sismabonus applicato agli acquisti di fabbricati antisismici, lo sconto fiscale in dichiarazione viene distinto in due quote. A seconda infatti di quale sarà lo “scatto” di categoria antisismica attribuibile all’immobile dopo l’esecuzione dei lavori – cioè a ricostruzione ultimata – si potrà avere diritto a uno sconto del 75%, se l’edificio sarà migliorato di una classe rispetto alla situazione preesistente, o altrimenti dell’85% se il miglioramento sarà di due classi.

 

Poi, come nel caso della cessione di immobili facenti parte di complessi edilizi ristrutturati, anche il Sismabonus inerente alle abitazioni riedificate dispone che il loro acquisto sia ultimato entro 18 mesi dalla chiusura del cantiere. Essendo il costo di ricostruzione sostenuto dalla ditta, il 75-85% di bonus andrà a toccare il prezzo di acquisto. La detrazione massima auspicabile sarà dunque pari a 81.600 euro (diluibile nel consueto piano rateale di 10 tranches annuali), ovvero l’85% della soglia di spesa fissata convenzionalmente a 96.000 euro.

FONTE: CAF ACLI